I Miracoli

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  • Quel giovane di nome Gabriele (gennaio 2008)

Un episodio davvero singolare e tutto da interpretare quello che ha voluto raccontarci una signora emigrata in Canada tanti anni fa.
“Sono Ernesta Baliva, la moglie di un emigrante che nel lontano 1950 mi portò a vivere nel Canada, lasciando la nostra bellissima Celano, in provincia de L’Aquila. Ci aspettavamo di trovare rose e fiori, ma invece presto ci rendemmo conto che era tutto il contrario: andammo a finire in mezzo a boschi inesplorati, dove spesso si vedevano gli orsi che venivano a esplorare l’orto di casa. Ma ciò che più ci spaventava era il freddo che a volte arrivava anche ai meno 50 gradi, la neve copriva spesso le finestre e rimaneva sui tetti da novembre a marzo.
Alcuni anni dopo ci trasferimmo a Mississauga in Ontario, provincia piena di industrie e con clima molto più mite. Qui ci sentimmo come rinascere, riuscimmo a mettere da parte un gruzzoletto con l’intento di tornarcene presto in Italia. Ma la famiglia crebbe (abbiamo avuto quattro figli), ci integrammo bene nella realtà canadese e la voglia di tornare in Italia svanì.
Un giorno mio marito Loreto si ammalò gravemente; allora chiese a sua figlia Nadia di poter rivedere la sua Celano prima di morire. Lei promise che lo avrebbe riportato in Italia.
Due giorni dopo partecipavamo tutti ad una festa in un club di emigrati. Noi arrivammo per primi e incontrammo un giovane in uniforme da lavoro; appena ci vide, si presentò dicendo che si chiamava Gabriele. Gli chiesi chi fosse e mi ripose che era un amico di mio nipote, poi mi suggerì di stare tranquilla perché durante la giornata si sarebbe occupato lui di mio marito.
Dopo un po’ di tempo Gabriele andò a comprare il caffé per tutti noi: sorrise a tutti e disse: “Che bello! Ci sono tutti, ha una bella famiglia, che Dio la benedica”. Poi prese la sedia a rotelle e portò in giro mio marito per molto tempo. Il giovane stette con noi tutto il giorno. Alle sei di sera si alzò improvvisamente, mi diede la mano, mi baciò e col volto pieno di un sorriso angelico disse che doveva andare via. Io lo pregai di rimanere con noi fino alla fine ma lui insistette: “No, debbo andare via adesso”.
Io neppure pensai di chiedergli il telefono o l’indirizzo per ringraziarlo. Allora telefonai a mio nipote Emilio e gli chiesi di darmi il telefono del suo amico Gabriele. Ma lui rispose che non aveva nessun amico di nome Gabriele. Io insistetti: “Ma Gabriele, quel giovanotto che stava seduto con noi nel palazzetto, non era tuo amico?”. Lui ripose che veramente quello non l’aveva mai visto. Quel giorno avevamo fatto anche tante foto e un filmino e c’era anche Gabriele: lo abbiamo rivisto, ci siamo tutti, ma la sedia di Gabriele è sempre vuota!
Alcuni giorni dopo mia figlia ritornò in Italia con mio marito. Appena giunto a casa disse a sua figlia: “Non dimenticare che dobbiamo andare anche a San Gabriele”. Cinquantasette anni dopo il nostro arrivo in Canada mio marito si è addormentato nel Signore il 20 aprile 2007. Io credo proprio che il Signore abbia inviato san Gabriele per aiutare mio marito, perchè il giorno dopo l’episodio, lui non usò più la sedia a rotelle, né il bastone e riuscì a camminare da solo”.

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