• Nascita: 07 novembre 1831
  • Professione religiosa: 28 aprile 1857
  • Morte: 09 dicembre 1911
  • Venerabile: 12 ottobre 1973
  • Beato: 16 ottobre 1988

Bernardo Silvestrelli

Terzo di sette figli Cesare nasce in un palazzo della Roma antica,  in Piazza della Minerva, il 7 novembre 1831; lo battezzano il giorno  stesso. Il padre Giantommaso è un nobile di Tuscania (Viterbo); la  madre è Teresa Gozzani dei marchesi di San Giorgio di Casale  Monferrato (Alessandria). La famiglia illustre e ricca possiede abitazioni  in città, vasti possedimenti nell’agro romano e un alleva-  mento di cavalli di razza. Due fratelli di Cesare prenderanno parte  attiva alla storia d’Italia. Luigi sarà deputato al Parlamento. Il nipote  Tommaso Tittoni sarà senatore e ministro degli Esteri nei governi  Giolitti e Nitti. La famiglia ha in casa una cuoca, due domestici, una  governante per le ragazze, il precettore ecclesiastico per l’assistenza  scolastica e la formazione cristiana.  Fino ai sedici anni Cesare, amantissimo dello studio e ricco di  doti non comuni, frequenta il collegio romano dei Gesuiti. Nobile  per nascita, ama la semplicità, la natura e la caccia. Spesso lo si vede  raccolto in lunghe meditazioni nella cappella di casa dove viene  celebrata la messa con lui che funge da chierichetto. Il precettore  don Francesco Paolini di Santarcangelo di Romagna (Rimini), che  lo segue nel cammino cristiano, ne è proprio soddisfatto. Cesare cresce  in una società segnata da turbolenze politiche e dal movimento risorgimentale.  Irreprensibile e vivace è ormai arrivato a ventitré anni.  Ha fatto anche l’esperienza del dolore e del dolore più profondo.  Nel 1832 muore il fratello Giuseppe, nel 1845 la sorella Caterina,  nel 1848 la mamma e nel 1853 il padre. Questi lutti lo hanno segnato.  Ma, educato cristianamente, non subisce sbandamenti irreparabili.  Interrogativi sul futuro non gli mancano. Una sosta imprevista  tra i Passionisti a Sant’Eutizio (Viterbo) gli mette dentro qualcosa  che non riesce a dimenticare… La morte poi di una persona cara,  tormentata al termine della vita dal demonio e da gravi problemi di  coscienza rende gli interrogativi ancora più acuti e pressanti. Nel  1854 si concede un mese di preghiera e di riflessione nel vicino convento  passionista dei Santi Giovanni e Paolo. Vuole guardarsi dentro  e pensare seriamente al futuro. Partendo regala un crocifisso di  avorio ad ognuno dei famigliari. Alla loro meraviglia, spiega: “Non  si può mai sapere cosa succederà”. Forse lui già sa. A casa non tornerà  più. Il fratello Luigi, di idee liberali, sospetta qualcosa e si precipita  da lui scongiurandolo di cambiare idea. Ma inutilmente.  Cesare va al Monte Argentario (Grosseto) per iniziare il noviziato  e prepararsi alla vita passionista. Porta con sé l’attestato del  cardinale vicario di Roma. Il giovane, vi si legge, “splende per integrità  di costumi, per singolare pietà e impegno religioso”. E’ costretto  però ad interrompere il noviziato dopo neppure un mese per  motivi di salute e, strano a dirsi dato il suo carattere vivace, perché  è “troppo dominato dalla malinconia”. Chiede ed ottiene di restare  ugualmente in convento. Studia teologia in preparazione al sacerdozio  offrendo a tutti l’immagine di giovane intelligente e spiritualmente  impegnato.  Il 22 dicembre 1855 è ordinato sacerdote dall’esemplare monsignor  Giuseppe Molajoni passionista, già vescovo in Bulgaria. Rimessosi  in salute rinnova la domanda di entrare tra i Passionisti. Viene mandato  a Morrovalle (Macerata) dove arriva il primo aprile 1856. Questa  volta la salute non darà fastidi e il giovane si mostrerà “gioviale  quanto mai”. Veste l’abito il 27 aprile prendendo il nome di Bernardo  Maria. Il successivo 10 settembre lo raggiunge un elegante diciottenne  proveniente da Spoleto, il futuro san Gabriele dell’Addolorata.  Bernardo lo guarda con occhio indagatore e si domanda perplesso:  “Riuscirà questo damerino?”. Resteranno insieme quasi un anno  emulandosi nella santità. Il vicemaestro padre Norberto Cassinelli  scriverà che Bernardo “andava innanzi a tutti nell’esercizio delle  virtù non escluso Gabriele dell’Addolorata”. E Gabriele viene affidato  come compagno proprio a Bernardo; da lui riceve le prime istruzioni  sulle usanze passioniste. Bastano pochi giorni e Bernardo si  accorge che Gabriele fa sul serio; corregge subito il tiro e profetizza:  “Questo damerino passerà davanti a tutti”.  Il 28 aprile emette la professione religiosa. Testimoni sono Gabriele  dell’Addolorata e Norberto Cassinelli. Ultimati gli studi inizia  il lungo periodo a servizio dei confratelli: servizio che durerà  quarantacinque anni, fino alla vigilia della morte. Nel 1861 è pro-  fessore e direttore degli studenti teologi. Dal 1865 al 1869 è maestro  dei novizi; per questo compito è necessaria una duplice dispensa  della Santa Sede poiché Bernardo non ha ancora trentacinque anni  di età e dieci di professione religiosa. Ricopre poi la carica di superiore  e consultore provinciale. Nel 1876 subentra nel governo al provinciale,  morto prima della scadenza naturale del mandato. Nel 1878  (non ha ancora quarantasette anni) è eletto superiore generale della  congregazione. Il verbale del capitolo parla di “vero dolore ed amaro  cordoglio” di Bernardo che “con umilissimi sentimenti protesta  di riconoscersi incapace a sostenere questa carica e prega di essere  esonerato”. Deve intervenire il delegato del papa, il cardinale Lorenzo  Nina, per farlo accettare. Resterà alla guida della congregazione,  sia pure con qualche breve intervallo, fino al 1907 e sarà rieletto  sempre al primo scrutinio.  Ad ogni elezione Bernardo si protesta incapace di governare la  congregazione, ma i padri elettori non cedono alle sue sincere e insistenti  richieste. Vedono in lui, e vedono bene, il perfetto superiore  illuminato e lungimirante, vigile e deciso, saggio e perspicace, intuitivo  e capace di sintesi; legato alle sane tradizioni ed aperto alle istanze  del nuovo, largo di vedute e concreto nei progetti. Costante in lui il  richiamo al fondatore Paolo della Croce e l’impegno a “tornare alle  origini”. Decide sempre guidato da prudenza e dopo profondo discernimento.  Dolce e paterno anche quando è costretto a richiami e  provvedimenti. E poi, anzi prima di tutto, quella sapienza frutto  della preghiera e quindi dono di Dio. Chi meglio di lui può guidare  la congregazione?  Nel 1893 Bernardo per evitare “guai” rinunzia addirittura a partecipare  al capitolo che dovrà eleggere il nuovo superiore generale.  Ma mentre si allontana da Roma, gli appare san Gabriele. Bernardo  torna sui suoi passi. Manco a dirlo viene eletto al primo scrutinio.  Questa volta con meraviglia di tutti accetta senza fiatare. Lui solo  sa il perché. In seguito, raccontando il fatto, Bernardo commenterà:  “Quel ragazzo me ne ha fatto una grossa, ma proprio grossa”.  Due volte rinunzia, pregando il papa di esonerarlo dall’incarico.  Nel 1907 (ha ormai settantasei anni) Pio X a malincuore accoglie  la rinunzia constatando le sue precarie e peggiorate condizioni di  salute; vuole però che conservi il titolo di generale ad honorem. Lui  ci scherza su definendosi “un generale senza soldati”.  Il periodo del generalato di Bernardo resta tra i più difficili della  congregazione sia per i problemi interni dovuti alla crescita numerica  e alla presenza in nuove nazioni, sia per la bufera politica che porta  alla soppressione degli ordini religiosi. I problemi che deve subito  affrontare non sono pochi: riaprire o aprire nuovi conventi dopo la  soppressione; lavorare per l’espansione dell’istituto; salvaguardarne  lo spirito minacciato da alcuni che pretendono relegare ad un ruolo  secondario la dimensione contemplativa e comunitaria ereditata dal  fondatore; incarnare in nuove culture e differenti sistemi di vita il  carisma della congregazione nata in Italia. Problemi tutti che Bernardo  risolve egregiamente. Il santo generale richiama in continuazione ad  essere fedeli al fondatore. Lavorando in questa direzione va incontro  a grandi gioie ma anche a inevitabili amarezze e contrasti. Vive le  gioie con animo grato; affronta i momenti burrascosi sereno anche se  amareggiato, paziente ma deciso, umile ma fermo.  Bernardo lega il suo nome a numerose fondazioni sia in Italia  che all’estero. Durante il suo superiorato la congregazione vive una  straordinaria fioritura di attività, di personale, di nuove case religiose.  Alla sua morte è raddoppiato il numero dei religiosi, delle  case, delle province. Apre nuovi conventi oltre che in Italia anche in  Messico, Australia, Inghilterra, Francia, Olanda, Belgio, Irlanda, Usa,  Cile, Spagna, Argentina. Con i dovuti permessi utilizza il suo ricco  patrimonio familiare per il bene della congregazione: riscatta conventi,  ne acquista di nuovi, abbellisce chiese, aiuta i poveri. Per sé  non ritiene niente. Vive povero e muore povero.  Istituisce i seminari dove accogliere i ragazzi desiderosi di abbracciare  la vita passionista. Iniziativa che produrrà frutti molto consolanti.  Lui stesso nel 1890 passerà con gioia parte del suo tempo nell’insegnare  grammatica ai piccoli seminaristi. Darà sagge direttive per  gli addetti all’educazione dei giovani. Per la formazione dei novizi  scriverà i “Trattenimenti spirituali”. Auspica, da uomo prudente, che  la professione religiosa sia prima temporanea e poi perpetua. Ciò che  in seguito diventerà legge della Chiesa, come da lui predetto.  Apre a Roma nella casa generalizia lo studentato internazionale  con risultati positivi sia per i singoli che per l’intera famiglia  passionista. Dà un deciso impulso alla formazione umana, culturale  e religiosa nella congregazione. Con Bernardo l’istituto acquista  concretamente la dimensione di internazionalità. Nessuna fascia di  età sfugge al suo interesse ed al suo intervento. E’ attento ai grandi  problemi che investono la congregazione, ma anche alle minuzie  che riguardano i singoli religiosi. Non disdegna di mandare una  lozione particolare ad un giovane studente teologo preoccupato per  la caduta dei capelli. Non reputa perdita di tempo confezionare  pacchetti e spedirli a chi gli fa richiesta di pinze, piccoli arnesi da  lavoro, corone del rosario. Arriva a tutti con squisita carità.  Serve la congregazione di cui si sente figlio con una dedizione  materna fino al dono completo di sé. Scrive deliziosi e interessanti  libri redatti nei ritagli di tempo: l’oggetto è la teologia della vita  religiosa, lo spirito della congregazione, gli esemplari e i modelli  della vita passionista. Negli scritti, veri gioielli di ascetica e di sto-  ria dei primi tempi passionisti, traduce il desiderio di tramandare  ai posteri il genuino spirito del fondatore e di coloro che meglio lo  hanno incarnato. Vuole che non vada perduta tanta ricchezza di  santità. Scrive per animare i confratelli, per formare la coscienza  religiosa e passionista. Nel 1882 scrive anche “Regole generali di civiltà  e buona creanza”, soprattutto per la formazione dei giovani, ma  quanto dice è utile a tutti perché favorisce una vita comunitaria veramente  fraterna. Invia lettere pastorali, dialoga con ogni religioso,  visita comunità sia in Italia che all’estero, stimola ognuno ad essere  fedele al carisma passionista. E c’è il suo esempio. Irreprensibile in  tutto, viene chiamato “la regola vivente” e salutato come il “secondo  fondatore”. Con il passare degli anni non si spegne la spinta data  da Bernardo alla congregazione. Anzi perdura ancora oggi.  E’ stimato dai papi per la sua santità e per le sue doti umane.  Leone XIII lo chiama “santissimo uomo”; Pio X dice ai Passionisti:  “Voi avete un santo per superiore generale”. Molti, ma inutili i tentativi  per crearlo cardinale. Bernardo si mostra sempre deciso nel rifiutare  interponendo anche la mediazione di persone influenti perché  convincano il papa a lasciarlo nella solitudine del convento. Ma anche  i papi si affidano a influenti mediatori perché convincano Bernardo  ad accettare la berretta cardinalizia. L’ultimo tentativo viene fatto nel  1909 dal principe don Alessandro Ruspoli, maestro del Sacro Ospizio,  su preciso incarico di Pio X. L’illustre mediatore immagina il risultato  della difficile missione. Ma al papa bisogna obbedire e si reca  a Sant’Eutizio. Bernardo accoglie la proposta con un sorriso, indica  con il dito il muro della stanza e risponde: “Dica al santo Padre che se  mi manda il cappello cardinalizio, lo attacco a quel chiodo”. Bernardo  ormai è tutto proteso verso l’eternità. Altro che porpora cardinalizia.  Gli ultimi anni li passa nella preghiera e nella solitudine anche  se non sempre riesce a nascondersi. Ognuno vuole il conforto di  una sua parola, la luce di un suo consiglio, un ricordo nella sua  preghiera, la grazia di una sua benedizione, la gioia di un incontro  con lui. Cambia spesso convento: per contentare i superiori e le comunità  che lo richiedono, per sfuggire a continue visite che lo distolgono  dal raccoglimento, per timore che una permanenza prolungata  risulti di peso. “Quando ero in buona salute, dice, ho servito  tutti e invece adesso mi tocca essere servito e mi tocca recare noia”.  I confratelli invece sentono la sua presenza come una benedizione e  non vorrebbero mai staccarsi da lui. Il 16 giugno 1911, dopo lunghe  peregrinazioni, Bernardo giunge a Moricone (Roma).  Vive gioiosamente insieme ai confratelli dando a tutti esempio  di umiltà, di preghiera, di piacevole conversazione. L’antivigilia della  morte confida al religioso infermiere che la sua fine è ormai vicina e  come commento aggiunge il versetto del salmo ventuno: “Quale gioia  quando mi dissero: Andremo nella casa del Signore”. Muore, come da  lui predetto, per una caduta mentre sta salendo una scala breve ma  ripida. E’ il 9 dicembre 1911. Giovanni Paolo II lo dichiara beato il  16 ottobre 1988.  Il 31 maggio 1908 era avvenuta la solenne beatificazione di Gabriele  dell’Addolorata. Nella circostanza Bernardo si trovava a Roma  per presiedere il capitolo generale su incarico del papa, benché lui  non fosse più superiore. Tutti vanno in San Pietro per partecipare  alla solenne cerimonia. Agli studenti che stanno partendo chiede di  raccomandarlo al nuovo beato. Lui, schivo e riservato, preferisce  restare in convento; nel silenzio si nutre di dolcissimi e commoventi  ricordi, tornando al tempo in cui era vissuto insieme a Gabriele.  Un giorno Bernardo pensando a lui aveva detto: “Quel ragazzo  me l’ha fatta, ma io lo raggiungerò”. La storia ci dice che c’è riuscito.