• Nascita: 22 giugno 1792
  • Professione religiosa: 15 novembre 1815
  • Morte: 27 agosto 1849
  • Venerabile: 16 maggio 1937
  • Beato: 27 ottobre 1963

Domenico Barberi

Da Maria Antonietta Pacelli e Giuseppe Barberi nasce Domenico presso Viterbo, il 22 giugno 1792. Si vive del lavoro dei campi; il pane anche se la famiglia è numerosa non manca mai. La morte entra subito in casa Barberi. Nel 1797 a dieci anni muore la piccola Margherita: un fiore delicato che reclina lo stelo dolcemente. Prima di spirare chiama il fratellino Domenico e gli sussurra: “Quando sarò morta mi coprirai con velo candido e con rose bianche”. Si sente stranamente stanca, inizia a pregare, e poi si mette a letto; dopo due ore è già in cielo. La mamma è fuori. Al suo rientro Domenico le corre incontro facendo- le festa: “Margherita è andata in paradiso! Margherita è andata in paradiso!”. La mamma lo stringe fortemente bagnandolo di lacrime. Il 26 marzo 1798 muore anche papà Giuseppe. Maria Antonia ne deve colmare il vuoto. Il piccolo Domenico apprende i primi elementi dell’istruzione nel vicino convento dei Cappuccini, dimostrando “un grande ardore per lo studio”. Il 23 marzo 1803 è la mamma Maria Antonia ad andarsene in cielo. Avvertita da un sicuro presentimento ha comprato la stoffa e si è cucito il vestito per la sepoltura. Domenico, orfano di entrambi i genitori a undici anni, si affida alla Madonna scelta come madre.

Venduti i campi, gli orfani ancora in casa vanno a vivere con i fratelli più grandi ormai sistemati. Domenico invece è ospitato amorevolmente da uno zio materno, contadino. Avviato al lavoro dei campi deve lasciare gli studi che gli sono particolarmente cari. Così va avanti fino a ventuno anni: con i soliti sogni, i soliti sbandamenti (forse più accentuati del lecito, almeno per quel tempo), le solite crisi che accompagnano l’adolescenza e la giovinezza. Conosce i Passionisti del vicino convento di Sant’Angelo di Vetralla (Viterbo), ne diventa scolaro e penitente; da loro è aiutato nello studio e nella formazione cristiana. Napoleone intanto sta arruolando giovani per la spedizione in Russia. Domenico è in apprensione temendo di dover partire. In sogno gli appare la mamma che lo conforta assicurandolo che non partirà e raccomandandogli la fedeltà al rosario. Dopo una sofferta crisi interiore, lascia la fidanzata e a ventidue anni entra in convento. Echi di questo dramma, che precede la pace del convento, si trovano in un suo scritto dal titolo significativo: “Tracce di misericordia divina nella conversione di un gran peccatore”. Entra nel noviziato di Paliano (Frosinone) nel 1814. Fino ad ora ha lavorato nei campi; gli studi sono stati pochi e approssimativi: una follia pensare al sacerdozio. Ma a lui interessa solo diventare religioso passionista. Pregando però davanti all’immagine della Madonna avverte una voce chiara: diventerà sacerdote e sarà apostolo del Nord Europa, specialmente dell’Inghilterra. E la voce non tradirà. Intanto per vie umanamente inspiegabili, durante il noviziato passa dalla condizione di religioso fratello a quella di aspirante al sacerdozio. Il 15 novembre 1815 emette la professione religiosa. Studia poi al Monte Argentario (Grosseto) e nella casa generalizia dei Santi Giovanni e Paolo in Roma. Ricco di scienza e sapienza, frutto certamente non solo di libri, il primo marzo 1818 a Roma è ordinato sacerdote. Insegna filosofia, teologia, sacra eloquenza prima a Sant’Angelo di Vetralla e poi a Roma e Ceccano (Frosinone). Ma non trascura l’apostolato. Diventa maestro apprezzato non solo di scienza ma anche di vita. Assiduo al confessionale, preciso e concreto nella predicazione, scrittore acuto e fecondo, religioso esemplare. Rinuncia all’episcopato di Palermo, ma è chiamato a ricoprire posti di responsabilità all’interno della congregazione: superiore, consigliere provinciale, provinciale. E’ sempre impegnato. Ha fatto il voto di non perdere mai tempo.

Dà alle stampe un trattato di mariologia in lingua francese e il “Commento al Cantico dei Cantici”. In alcuni studi affronta le questioni socio-morali del tempo. Compone un trattato di teologia, uno di filosofia in sei volumi, biografie di giovani confratelli. Ne “Il pianto dell’Inghilterra”, c’è tutto il suo sconfinato dolore per lo scisma anglicano. Per ordine del direttore spirituale scrive anche l’autobiografia. Pubblica numerosi altri libri di vari argomenti. Una produzione immensa: complessivamente oltre centoottanta titoli. Per la sua vasta e profonda cultura, Domenico meriterà gli elogi anche del cardinale John Henry Newman (1801-1890). E quella voce che lo voleva apostolo dell’Inghilterra?… No, non era illusione. Domenico attende con fiducia l’ora segnata da Dio. Scoccherà nel 1840, ventisette anni dopo la chiamata. Inizialmente non è neppure nella lista dei partenti per la nuova fondazione. Ma Domenico è sicuro che non si partirà senza di lui. Infatti una serie di imprevisti lo portano ad essere addirittura il superiore del drappello dei quattro religiosi che il 24 maggio 1840 partono per la nuova fondazione in Belgio. Il 22 giugno entrano nella nuova casa religiosa di Ere presso Tournai. E’ la prima casa passionista fuori dell’Italia. Nel mese di novembre Domenico compie un sopralluogo in Inghilterra in vista di un’altra fondazione in quella terra. E’ di nuovo in Belgio nel mese di dicembre. Il 30 settembre 1841, partenza definitiva per l’Inghilterra. Finalmente.

Con il cuore vi era arrivato da tempo. Il 17 febbraio 1842, dopo aver soggiornato provvisoriamente altrove, apre la nuova casa religiosa di Aston Hall presso Stone. Si realizza così la visione di Paolo della Croce che fin dalla giovinezza pregava per la conversione dell’Inghilterra. Dopo una estasi infatti l’avevano sentito esclamare: “Che ho veduto!… Che ho veduto!… I miei figli in Inghilterra”. Domenico svolge il compito di parroco, superiore, maestro dei novizi, insegnante. Inizia un fruttuoso apostolato. Vengono anche nuove vocazioni. Per tutti, cattolici e protestanti, Domenico diventa una voce autorevole. Predica al popolo, al clero, alle religiose. Si spinge anche in Irlanda. Con il passare degli anni il suo fisico non può non risentire del lavoro sfibrante e continuo. Non ha alcun riguardo per sé. Il bene delle anime lo porta a lavorare con un ritmo superiore a quanto umanamente possibile. Nel 1849 mentre è in viaggio, viene colto da improvvisi dolori alla testa e al cuore. Muore così sulla breccia il 27 agosto 1849 a cinquantasette anni, a Reading presso Londra. Serenamente, pieno di gioia: l’Inghilterra ha iniziato il suo cammino verso la piena comunione con il papa. Numerose e gravissime erano state le sue malattie, ma lui aveva avuto sempre la certezza che sarebbe morto solo nella sua “cara Inghilterra”. La vita di Domenico è segnata da una vocazione specifica. Prima ancora di entrare tra i Passionisti durante le feste natalizie del 1813, mentre è assorto in preghiera, egli sente chiaramente una voce che gli dice: “Io ti ho eletto affinché tu annunzi le verità della fede a molti popoli”. Nel 1814 è giovane novizio: non ha la prospettiva del sacerdozio, gli proibiscono addirittura di leggere libri, lo destinano a fare il cuoco. Per lui va bene così. Ma il primo ottobre durante un momento di preghiera alla Madonna, avviene qualcosa di straordinario. Lo racconta lui stesso nell’autobiografia: “Intesi che io non dovevo rimanere laico, ma che dovevo studiare e che dopo anni sei io avrei cominciato il ministero apostolico; e che non era già né la Cina, né l’America, ma il Nord-Ovest di Europa dove io sarei destinato e specialmente l’Inghilterra… Io rimasi talmente assicurato essere questa voce divina, che io sarei più al caso di dubitare della mia esistenza che di questo”.

Domenico non sgomita e non strepita avanzando diritti o pretese: si affida a Dio. Scrive: “Se Dio vorrà tal cosa da me, egli stesso penserà ad aprirmene la strada, né io farei un passo positivo per richiedere di esservi mandato (in Inghilterra), ma mi basta riposare nelle braccia della divina Provvidenza”. La sua spiritualità ed esperienza mistica sono legate a questa missione. Lo spirito ecumenico struttura la sua personalità, ispira i suoi atteggiamenti, segna la sua vita, raccoglie le sue preghiere ed i suoi sacrifici. Già durante lo studentato con altri compagni più fervorosi ed in sintonia con i suoi ideali si impegna a pregare per gli infedeli e particolarmente per l’Inghilterra. In seguito organizzerà una “crociata di preghiere” cui invita confratelli, fedeli, anime consacrate. Nel 1832 scrive che almeno un migliaio di grandi oranti pregano per l’Inghilterra; tra questi c’è anche il beato Lorenzo Salvi. L’Inghilterra da sempre è il suo tormento e il suo costante pensiero. “Dio, dice Domenico, si degnò infondere nel mio cuore fin dai più teneri anni un amore ardentissimo per i miei carissimi fratelli separati e specialmente per gli inglesi”. Egli emette il voto di “rinunziare ad ogni consolazione spirituale e corporale” per il ritorno alla Chiesa cattolica dei “fratelli separati” (espressione diventata oggi comune, ma coniata proprio da lui). Per i suoi “carissimi fratelli anglicani” si dichiara disposto a “patire tutte le pene che dovrebbero patire tutti gli inglesi se si dannassero”.

Nel 1829 a Roma nella chiesa dei Passionisti viene ordinato diacono Henry Trelaweney, ex ministro della Chiesa anglicana e vedovo ormai settantenne. Domenico, incaricato di prepararlo all’ordinazione, gusta una grande consolazione interiore. Intanto Domenico ha contatti con numerose personalità dell’anglicanesimo come James Ford, John Dobree Dalgairns e con i professori di Oxford. Egli anticipa di centocinquanta anni il movimento ecumenico odierno, basato sull’amore, sul dialogo, sul rispetto della coscienza, sull’ascolto dell’altro. Il suo è, e sarà sempre, un dialogo intellettualmente profondo, dottrinalmente ineccepibile, umanamente cordiale rispettoso e caritatevole. Un dialogo cioè cristiano e perciò fruttuoso. Nel piccolo opuscolo dal titolo “Avvertimenti necessari per chi desidera trattare con frutto coi protestanti in materie controverse di religione”, scrive: “In primo luogo è necessaria una grande umiltà… accompagnata da una grande confidenza in Dio dal quale solamente può attendersi la mutazione dei cuori. In secondo luogo è necessario un gran fondo di scienza; non basta al certo una infarinatura, che abbiano avuto la laurea dottorale: conviene essere non dottore, ma dotto e dotto davvero. Si procuri con ogni impegno mantenere il cuore tranquillo e pacifico, il volto gioviale, il tratto che ispiri carità cristiana. Persuadiamoci che solo il cuore è quello che può parlare ai cuori: la mansuetudine e la dolcezza cristiana sono i veri contrassegni di un difensore della religione cristiana”. Domenico chiede agli anglicani di pregare per lui e per la Chiesa cattolica di cui, anticipando i tempi, ammette umilmente i torti; lui, da parte sua, assicura di pregare per loro. Entra in intima amicizia con George Spencer (1799-1864), futuro sacerdote passionista con il nome di padre Ignazio, figlio del primo Lord dell’Ammiragliato, già pastore anglicano da poco convertitosi al cattolicesimo e lontano prozio della futura principessa Diana. L’ansia ecumenica di Domenico, la sua continua premura e l’affettuosa sollecitudine per l’Inghilterra si diffondono presto e sorprendono piacevolmente tutti; molti turisti in visita a Roma si fanno un dovere di andarlo a trovare. Il discorso scivola inevitabilmente su problemi religiosi e sull’unità della Chiesa lacerata da penose divisioni.

Domenico nel dialogo e negli scritti, conserva lucidamente l’ortodossia anche se, purtroppo, non sempre i suoi meriti e la correttezza delle sue vedute sono subito riconosciute da tutti. Una volta in Inghilterra spende tutte le forze per la ricomposizione dell’unità della Chiesa. Il suo zelo inarrestabile suscita numerose conversioni. Non mancano invidie e contrasti. Tutto si tenta per fermare Domenico; a tutto Domenico risponde con pazienza, tenacia e preghiera. “La sola volontà di Dio è il mio sostegno: sono qui perché Dio mi ci ha voluto da tutta l’eternità. Sia benedetto il suo santo nome. Ecco l’unica mia risorsa. Posso dire che le sofferenze hanno superato ogni mia aspettazione. Ma che devo attendermi per l’avvenire? Croci, croci, croci. Ma quali? Non lo so, né mi curo di saperlo”. Alcuni ragazzi un giorno lo deridono e gli scagliano contro un sasso con molta violenza. Domenico lo raccoglie, lo bacia e se lo mette in tasca. I ragazzi restano ammirati e pensosi; in seguito diventeranno cattolici. Frequenti le conversioni dei protestanti. Domenico accoglie anche la confessione e l’abiura del futuro cardi- nale John Henry Newman stimato “il papa dei protestanti, il loro grande oracolo, il più dotto uomo che si trovi in Inghilterra”. Il suo esempio è seguito presto da altri illustri professori di Oxford: oltre trecento alte personalità del clero e del laicato anglosassone passano alla Chiesa cattolica. Di Domenico tutti ammirano la sicura dottrina, l’attraente personalità “composta, affermano, di quanto vi è di umile e sublime nella natura umana”. Dal cardinale Nicholas Wiseman (1802-1865) è detto “bambino per la sua semplicità e leone per la sua intelligenza”. Il suo apostolato è accompagnato da fatti prodigiosi che lo rendono ancora più fruttuoso. Con lui il mondo anglicano respira il profumo di una nuova primavera. Con lui la congregazione dei Passionisti mette profonde radici oltre la Manica. Per la Chiesa anglicana Domenico offre tutto: studio, pianto, preghiere, la vita stessa. Nella “Lettera ai professori di Oxford” aveva scritto: “Ditemi fratelli carissimi, qual è quel sacrificio che io possa offrire per voi, e io con l’aiuto di Dio, spero di poterlo offrire. Magari Dio mi concedesse di dare la vita per la vostra salvezza… Intanto mentre non mi è dato spargere il sangue, mi sia dato almeno di spargere lacrime”. Così egli descrive le ore precedenti la sua partenza per l’Inghilterra: “Io mi ricordo che offrii la mia vita, dichiarandomi pronto a morire sommerso nel mare avanti di toccare l’Inghilterra, purché questa isola tornasse al seno della Chiesa cattolica”. La voce comune, compresa la Chiesa protestante, lo acclama santo da vivo e da morto. Il papa Paolo VI nel 1963 durante il Concilio ecumenico vaticano II lo dichiara beato, proponendolo a tutti come esempio di impegno per l’ecumenismo e salutandolo gioiosamente “apostolo dell’unità”.