• Nascita: 04 maggio 1883
  • Professione religiosa: 06 marzo 1990
  • Morte: 18 novembre 1902
  • Venerabile: 14 maggio 1991

Grimoaldo Santamaria

Grimoaldo. Il nome sembra richiamare la figura austera e arcigna di un antico anacoreta del deserto e non quella di un simpatico giovane dei nostri giorni. Non è tra i più comuni e forse neppure tra i più belli. Probabilmente si farà anche fatica a ricordarlo subito. Ma quanto a simpatia il nostro Grimoaldo non ha bisogno di chiedere prestiti e non deve invidiare niente a nessuno. Così la lingua e la memoria arrivano dopo che il cuore ha già fatto un pieno di affetto. Perché il nostro Grimoaldo non si può non amarlo. E’ impossibile non essere catturati dal suo fascino prepotente, dalla sua angelica trasparenza e dalla sua giovanile freschezza. Lo si incontra ed è subito devozione.

Tra i Passionisti sceglie il nome di Grimoaldo (e con questo passerà alla storia); ma al battesimo ricevuto il giorno dopo la nascita lo chiamano Ferdinando. Il papà Pietro Paolo Santamaria e la mamma Cecilia Ruscio, ambedue cristiani ferventi, lavorano come funai a Pontecorvo (Frosinone). Da loro arriva canapa grezza che con mani esperte trasformano in funi di varie dimensioni rivendute poi nei mercati dei paesi vicini. A Pontecorvo Ferdinando, primogenito di cinque figli, nasce il 4 maggio 1883. Il battesimo, dunque, dopo un giorno di vita e, strano ma vero, la cresima a cinque mesi. Gli viene amministrata dal concittadino monsignor Gaetano Aloisi Masella, poi cardinale, nella sua cappella privata. Il piccolo, aiutato anche dall’esempio del papà e particolarmente della buona mamma Cecilia, cresce sano e buono. Nel 1890 inizia le scuole elementari. Riceve la prima comunione ad appena otto anni. E’ così buono, pensa il parroco; perché allora farlo aspettare come i suoi coetanei che vi sono ammessi sui dieci-dodici anni? La chiesa è il luogo da lui preferito; Ferdinando lo frequenta con assiduità e lo ama particolarmente. Serve all’altare come chierichetto con diligenza e trasporto. Se non può andarvi, perché costretto a lavorare, non riesce a trattenere il pianto. Ma quando è in chiesa non c’è caso che si distragga. In ginocchio davanti alla statua dell’Immacolata, sembra una piccola statua anche lui: immobile con le mani giunte, qualunque cosa succeda. Il vecchio sacrestano ha le lacrime agli occhi e si incanta a guardarlo. Al parroco si allarga il cuore quando pensa al futuro di quel ragazzo. E’ vero che il papà Pietro Paolo lo sogna e lo vuole funaio, ma don Vincenzo Romano intuisce che non potrà essere così. Ferdinando che è sempre in chiesa come vi fosse attirato da una potente calamita; che ha una grande passione per servire la messa; che è sempre presente nel coro parrocchiale a cantare con la sua bella voce, non sarà mai funaio. Quel bambino che tra i primi ha dato il suo nome all’associazione dell’Immacolata diventandone uno degli iscritti migliori, ha ben altra vocazione. E vede bene don Vincenzo. Lui da tempo si è accorto che il ragazzo resta a lungo in una silenziosa ed assorta contemplazione. Perciò non si meraviglia più di tanto quando un giorno corrono trafelati a dirgli di aver visto Ferdinando, il figlio del funaio, rapito in estasi davanti all’immagine della Madonna. E’ un ragazzo. Riservato sì, ma non isolato. Mite, ma non manca di iniziativa. Buono, vuole che anche gli altri lo siano. Alla mamma confida che lui prega per i ragazzi cattivi “perché diventino buoni”. Spesso insegna catechismo ai compagni. Con la famiglia Santamaria vive anche la vecchia zia Checca, devota certo ma poco di chiesa. Il nipote ogni tanto le ricorda che “va bene lavorare e pregare in casa, ma occorre andare anche in chiesa ad ascoltare la messa”. E poi la penitenza. Ferdinando ne ha un desiderio sorprendente: prega con chicchi di granturco o con sassolini sotto le ginocchia, sceglie il cibo meno saporito, spesso digiuna del tutto, ricerca mortificazioni degne di un eremita. Ripete continuamente che lui è nato per fare penitenza. In famiglia sanno che a volte passa parte della notte vegliando e pregando. Dirà un testimone: “Desiderava seguire Gesù nelle sue sofferenze”.

La vita austera dei Passionisti del vicino santuario della Madonna delle Grazie, che lui frequenta sempre più spesso, sembra fatta proprio per lui. E ne parla apertamente. Ma il papà continua a spingerlo verso il mestiere di funaio. Ferdinando è il primogenito e deve pur continuare il lavoro che oggi è di suo padre e che ieri è stato di suo nonno. Cerca di distoglierlo anche con severe punizioni da quello che, secondo lui, è un capriccio da adolescente, un capriccio che potrebbe addirittura coprire di ridicolo la onorata famiglia Santamaria. Le punizioni anche rigorose, non servono? Proviamo con altri sistemi, si dice papà Pietro Paolo: gli comprerò un cavallo ed un carretto, lo manderò per fiere e mercati a vendere funi, farà soldi e certamente l’idea del convento gli passerà dalla testa. La proposta è lusinghiera, ma quando Ferdinando la sente guarda il fiume che è lì a due passi e lo indica al papà dicendo: “La vita scorre come l’acqua… I nostri giorni vanno via veloci… E poi?”. Già. E poi?… riflette Pietro Paolo. Guardandosi dentro, si accorge che qualche convinzione circa il futuro del figlio, gli sta trabal- lando. Ma non riesce comunque ad arrendersi definitivamente. Cosa non ha fatto e cosa deve ancora fare per portare avanti il suo progetto? Quel benedetto figliolo sbriga bene e subito il lavoro di aiutante- funaio per dedicare più tempo alla preghiera. La mattina per non svegliare i famigliari scende a piedi scalzi fino all’uscio di casa e poi corre veloce ad ascoltare la messa. Neppure nelle pigre e gelide mattinate d’inverno, quando il freddo inchioda tutti sotto il tetto di casa, Ferdinando manca all’appuntamento con il Signore. Una sera il ragazzo tornando a casa dalla funzione, trova la porta di casa ormai chiusa per ordine del papà, ed è costretto a dormire da una vicina che ha avuto compassione di lui. Ripensando a tanta severità ora Pietro Paolo sente un nodo alla gola ed ha voglia di piangere. Anche lui ormai comincia a capire quello che la buona Cecilia ha intuito da tempo. Lei si sorprende sempre più spesso a contemplare il suo Ferdinando già sacerdote e missionario. Le sembra di sognare e per la commozione trema tutta di materno stupore. Il ragazzo ha sedici anni. Nel suo cuore ha già deciso che sarà sacerdote. Ha pure anticipato lo studio di latino, grammatica e retorica. Gli ha fatto da maestro don Antonio Roscia che da giovane ha tentato la vita del convento; per malattia è stato costretto a rientrare in famiglia ma ha conservato ammirazione e simpatia per i Passionisti. Ferdinando ha studiato anche di notte a lume di candela; con un corso accelerato di pochi mesi ha recuperato quasi tre anni di studio. Ha superato le immancabili e facili ironie dei compagni che non riescono a capire quella sua decisione. E cede anche il papà, che in fondo è buono come un pezzo di pane anche se a volte è stato più severo del consentito. “Il nostro ragazzo, confida a Cecilia, non vuole essere funaio; il suo interesse è solo per la chiesa”. Sarà lui, Pietro Paolo, ad accompagnarlo fino alla stazione di Aquino (Frosinone) per dargli l’ultima benedizione e l’ultimo bacio. Ferdinando diventa più allegro ed espansivo; la gioia ormai incontenibile gli è dipinta sul volto. Dirà uno dei suoi amici migliori: “Incontrandolo e vedendolo tutto trasformato, gli domandai cosa avesse ed egli mi dichiarò che intendeva farsi passionista”. Parte “con volto lieto”. Avverte gli scettici di turno: “Io me ne vado e non tornerò più”. Lascia dietro di sé l’esempio di un ragazzo silenzioso, modesto e irreprensibile. In casa ricorderanno che solo una volta è stato disobbediente: invitato ad andare a chiamare il papà alla vicina locanda aveva fatto difficoltà e non vi era andato. Alla mamma meravigliata, aveva spiegato che temeva di sentire bestemmiare e questo gli feriva il cuore fino a farlo sanguinare. I compaesani pensando a lui non potranno non rivederlo come un “ragazzo buono, santo e modesto” Dirà un testimone: “Non vi era nessun altro in paese simile a lui. Non ho mai conosciuto in vita mia un ragazzo così santo”.

 Il 15 febbraio 1899 Ferdinando arriva a Paliano (Frosinone) per iniziarvi l’anno di noviziato. Il 5 marzo 1899 veste l’abito e prende il nuovo nome di Grimoaldo, per devozione verso il santo protettore di Pontecorvo. La vita di novizio tutta solitudine, preghiera e mortificazione gli sembra cucita proprio su misura: una gioia così vera e intensa non l’ha mai sperimentata prima. I confratelli più anziani come pure i compagni notano in lui un impegno costante per la perfezione. Un suo compagno dirà che “mai notò in lui difetto alcuno” e che “faceva tutto in grado eroico, poiché desiderava essere santo”. Emessa la professione religiosa si trasferisce a Ceccano, sempre in provincia di Frosinone. Qui riprende gli studi delle materie classiche; seguirà poi lo studio della filosofia e della teologia per prepararsi al sacerdozio. All’impegno per la santità aggiunge quello non minore per lo studio. Con candore e sincerità si affida al direttore spirituale. Con tenacia è chino sui libri, desideroso di apprendere sempre di più per essere un degno sacerdote. Nello studio i compagni sono molto più avanti di lui ed hanno una preparazione di base più completa ed accurata. La sua invece a Pontecorvo, è stata rapida e lacunosa. Ma Grimoaldo non si perde di animo. Accetta con gratitudine l’aiuto che qualche confratello gli offre nel campo scolastico. E’ lodevole nell’impegno tanto che “i professori lo additano come esempio”. Lui vive “sempre ilare, anche nelle umiliazioni, nelle contrarietà, nelle difficoltà dello studio”. Gli studenti hanno pochissimi contatti con il mondo esterno e vivono in pratica sconosciuti alla gente. Eppure la fama di Grimoaldo ha oltrepassato il recinto della casa religiosa: le persone che vivono attorno al convento hanno notato la sua bontà e si raccomandano fiduciosi alle sue preghiere. E, dicono, i risultati sono positivi. Le preghiere di Grimoaldo ottengono infatti le grazie sperate. Il giovane è un “colosso di salute”: robusto, ben proporzionato, alto un metro e settantacinque. Ai genitori che vanno a trovarlo insieme alla sorella Vincenzina, mostra tutta la sua gioia per la vocazione religiosa e tutta la sua riconoscenza per l’educazione ricevuta in famiglia. Nessuno può sospettare quello che sta per accadere. Il 31 ottobre 1902 durante una passeggiata pomeridiana nei dintorni del convento, Grimoaldo avverte improvvisi e lancinanti dolori alla testa con vertigini e disturbi visivi. Torna indietro e si mette a letto. Il giorno successivo, festa di tutti i Santi, partecipa alla celebrazione della messa e riceve devotamente l’Eucaristia. Ma perdurando il male si mette di nuovo a letto e viene chiamato il medico. La diagnosi è crudele e spazza via ogni speranza: meningite acuta, cui si aggiungerà anche qualche imprevista complicazione. Nei giorni della malattia il giovane rivela ancora di più il suo desiderio della santità e il suo grande amore al Signore. E la camera dell’ammalato diventa una scuola di virtù. Grimoaldo infatti “rifulge in quella pazienza di cui ha dato sempre prova ammirevole e spesso ripete di accettare la malattia dalla volontà di Dio; raccomanda ai compagni che lo aiutino con la preghiera a non perdere la pazienza e il coraggio nell’abbracciare la croce. Con una gioia che gli brilla sul volto si dichiara “contentissimo di fare la volontà di Dio. Negli ultimi istanti di vita il suo volto diventa splendido come il sole, i suoi occhi si fissano su un punto della stanza”. Qualcuno dal cielo è venuto certamente a prenderlo. Si spegne al tramonto del sole “calmo, sereno e tranquillo, qual bambino che dolcemente si riposa fra le braccia di sua madre”. E’ il 18 novembre 1902. Grimoaldo ha soltanto diciannove anni, sei mesi, quattordici giorni. I religiosi si fanno animo “nella persuasione che si perde un confratello e si acquista un santo”. I genitori sono lontani: Grimoaldo apparirà loro confortandoli. Vivranno sereni; contenti di avere avuto un figlio così. A lui si rivolgeranno pregandolo nelle loro necessità. Il giovane studente “quello che era tanto buono”, è sepolto nel locale cimitero. Ma non vi resterà per sempre. Nell’ottobre del 1962 viene esumato e le spoglie mortali sono collocate nella chiesa del convento di Ceccano. Dopo sessanta anni nella tasca del suo abito, ridotto ormai a brandelli, trovano un pezzetto di stoffa insieme ad un biglietto con la scritta: “Abito del venerabile Gabriele dell’Addolorata”; una reliquia che il giovane ha portato devotamente con sé. Grimoaldo durante la vita ha guardato con particolare affetto Gabriele e lo ha imitato nella vita di ogni giorno. Infatti scriveranno subito di lui: “Questo angelo è stato un perfetto imitatore del nostro venerabile Gabriele, tenerissimo devoto della Vergine, di squisita purità d’intenzione, di continuo e intimo tratto con Dio; docile e maneggevole come cera nelle mani dei superiori. Ripieno il cuore di Dio, solo di cose divine erano i suoi discorsi”. Come quaranta anni prima era avvenuto per Gabriele, anche in Grimoaldo lodano “quel dimostrarsi sì cauto e guardingo nel fare gran conto delle piccole cose in cui è riposta la santità del religioso, per non rilassarsi nello spirito; quel trarre profitto dalle tante ispirazioni con cui Dio gli illustrava la mente; quel trovare le sue delizie nello stare davanti a Gesù sacramentato ove a volte passava intere ore; quel mostrare tanto fervore nella recita delle divine lodi”. Per chi pretende misurare tutto con il metro dell’efficientismo, dell’apparenza e del clamoroso, Grimoaldo non ha fatto niente che sia particolarmente degno di ammirazione. Ma per chi guarda le cose con l’ottica della fede, ha coltivato l’essenziale: struggente anelito della santità, sete ardente di Dio. Impegnato con tutto se stesso nelle cose di ogni giorno, celebra il dono della vita e la grazia della vocazione sull’altare della ferialità. Soave e sereno stupisce per l’amore al raccoglimento, il gusto della preghiera anche quella contemplativa, la pratica della penitenza, l’amore a Gesù crocifisso, la filiale devozione alla Madonna Immacolata. Meraviglia tutti per la semplicità dei piccoli e la stupefacente costanza dei forti. Sembra poco. Invece è tutto. Molte e crescenti le grazie attribuite alla sua intercessione. I malati di tumore sembrano essere i suoi prediletti. Anche negli USA, dove vivono alcuni suoi parenti, Grimoaldo è amato e venerato e fa sentire la sua celeste protezione. E’ dichiarato venerabile il 14 maggio 1991 e beato il 29 gennaio 1995. Grimoaldo: il nome non è dei più comuni. E forse neppure tra più belli. Ma ormai è familiare e caro. E’ il nome di un giovane forte e generoso proposto come modello. E il funaio mancato, che voleva diventare santo, ha già legato a sé innumerevoli cuori.