• Nascita: 18 aprile 1881
  • Professione religiosa: 13 settembre 1908
  • Morte: 06 ottobre 1916
  • Venerabile: 12 luglio 1982
  • Beato: 30 settembre 1984

Isidoro De Loor

Isidoro De Loor nasce a Vrasene (Belgio, Fiandre Orientali) il 18 aprile 1881 da una famiglia di contadini; dopo di lui nasceranno Frans e Stefania. “I suoi genitori sono stimati per la pietà, la dirittura morale, la condotta irreprensibile”. Isidoro riceve la prima comunione a dodici anni, a tredici la cresima. E’ il “ragazzo più esemplare che io abbia conosciuto nel nostro comune”, attesta un anziano del paese. Terminata la scuola a dodici anni, si dedica completamente ad aiutare il padre nella fattoria e nei campi: un lavoro che Isidoro ama sinceramente. Vi si sente a suo agio. Più tardi anche in convento si sentirà realizzato nel lavorare la terra. Scriverà: “Lavorare e piantare nell’orto mi va meravigliosamente bene”. La campagna gli favorisce la preghiera e lo mette in contatto con il Creatore. Inizia il lavoro pregando. Frequenta una scuola serale di agricoltura per apprendere nuovi metodi di lavoro e di produzione. Nella stagione invernale lavora con uno zio imprenditore edile impegnato nella pavimentazione delle strade. Questo lavoro però non riscuote le sue simpatie anche perché lo costringe a stare per più giorni lontano da casa. Ma per aiutare la famiglia vi si impegna ugualmente con diligenza. “Eravamo contentissimi, dirà la zio, quando sapevamo che veniva a lavorare da noi. Ognuno di noi lo preferiva agli altri perché lavorava con impegno e il suo lavoro era sempre ben fatto”. Come cristiano è tutto da invidiare. Il volontariato cristiano nella Chiesa deve ancora nascere, ma Isidoro precorre i tempi. La domenica due messe, catechismo ai fanciulli nelle parrocchie di Vrasene e Saint Gilles, recita del vespro, benedizione eucaristica e tanta preghiera. Dai sedici anni fino all’entrata in convento è un “catechista modello” diligente e amato. Canta nel coro della parrocchia. E’ iscritto alla “Pia unione per la Via Crucis settimanale”. E’ fedele a questa pratica trovandovi gioia e nutrimento spirituale. Sarà la sua devozione preferita anche in convento. La passione di Gesù esercita su di lui un fascino particolare e non si stanca mai di meditarla. Nella contemplazione del Crocifisso trarrà per tutta la vita consolazione e forza, soprattutto quando sarà ammalato. In famiglia ogni sera si prega tutti insieme per un’ora intera, tenendo presenti molteplici intenzioni e adottando varie forme di preghiera. Isidoro si comunica ogni domenica, e se può anche più spesso. E’ un giovane forte, intraprendente e socievole. Ma è molto prudente nella scelta degli amici. Dal convento esorterà insistentemente Frans e Stefania a fuggire le cattive compagnie. E’ attento e sensibile alle necessità dei bisognosi pronto ad offrire il suo aiuto. Qualche ragazza del vicinato pensa ad un possibile matrimonio con Isidoro, ma lui ha ben altro per la testa e soprattutto coltiva ben altro nel suo giovane cuore. Sta infatti maturando la decisione di essere religioso. Si consiglia con un missionario redentorista che vedendolo particolarmente devoto della passione di Gesù lo indirizza alla congregazione dei Passionisti. Lo presenta lui stesso al superiore provinciale come un “ottimo” giovane. Nell’aprile del 1907 a ventisei anni Isidoro entra come religioso fratello nel noviziato di Ere. Particolarmente affezionato alla famiglia, soffre molto nel partire. Lo scriverà più tardi dal convento: “Una prova che mi è sembrata pesante fu quella di lasciare voi che mi siete così cari e ai quali ero così legato. Ma con l’aiuto di Dio ho potuto superarla”. La mamma baciandolo per l’ultima volta gli dice: “Figlio mio, se non ti troverai contento, torna a casa”. “Mamma, risponde convinto Isidoro, questo non succederà mai”. Il giovane conserverà un affetto straordinario per i famigliari. Li terrà sempre presenti nelle sue preghiere e sarà sempre sollecito del loro bene spirituale. Si adatta alla nuova vita con gioia ed entusiasmo anche se deve affrontare sacrifici imprevisti, “molte penitenze e molti atti di umiltà”. Fa subito conoscenza con il maestro padre Sebastiano De Beugher, religioso amante della congregazione, uomo esigente a volte inflessibile che lo mette ripetutamente alla prova. Gli altri novizi sono molto più giovani di lui; ma questo non gli causa grandi difficoltà. Con serenità affronta e supera il problema della lingua: in convento infatti si parla francese, e lui conosce soltanto il fiammingo. Quello che maggiormente lo sorprende è la comunione esistente tra i religiosi. Ne scrive subito a casa: “Qui siamo tutti uguali, dal superiore al più piccolo; tutti ad una medesima tavola, ad una medesima preghiera, ad un medesimo riposo, ad una medesima ricreazione. Tutti insieme al lavoro, secondo la condizione di ciascuno. Ci si rende qui vicendevole servizio”. L’8 settembre 1907 veste l’abito passionista. Il 13 settembre 1908 emette la professione religiosa, presenti i genitori comprensibilmente commossi. Isidoro vive con amore la spiritualità tipica del religioso fratello. La sua vita: preghiera e lavoro, o meglio è tutta preghiera con una dimensione apostolica. Abituato in famiglia ad essere apostolo, continua ad esserlo anche in convento. “Compiendo tutto per la gloria di Dio, scrive, io collaboro alla conversione dei peccatori e a diffondere la devozione alla passione di Gesù ed ai dolori di Maria… Mentre i sacerdoti vanno a predicare, noi fratelli lavoriamo per il vitto e il mantenimento della comunità; anche il lavoro più insignificante diviene meritorio per Dio e la nostra salvezza. Non anelo né desidero altro che di sacrificarmi interamente per la salvezza delle anime”. Per questo scopo offre al Signore preghiere, sacrifici, lavoro. E di lavoro e sacrifici è piena la sua giornata. “Non ho tempo di mettermi a sognare, precisa. Non chiedo di meglio che avere molto lavoro”. La sua preghiera è tutta incentrata sulla contemplazione della passione di Gesù e sulla Madonna. Serve i fratelli svolgendo gli uffici di casa ma con il cuore sempre fisso in Dio. Cura orto e giardino; pensa agli animali domestici; esercita l’ufficio di cuoco, panettiere, portinaio e alcune volte anche quello di questuante. “Il lavoro, dice scherzando, mi fa bene. Così quando viene il diavolo e mi trova occupato si convince che non ha niente da sperare con me… e non gli resta che andarsene”. Mai un lamento, neppure quando le forze sono ridotte al lumicino e si stanno spegnendo. Attira stima e simpatia per la virtù sincera e serena, per la dedizione generosa e costante, per la presenza umile e silenziosa, per la forte pazienza nel sopportare anche il difficile caratte- re di qualche superiore che a volte va oltre le righe. Nella comunità è un elemento prezioso. Pur vivendo nella condizione di fratello “ha un grande ascendente ed il suo esempio trascina gli altri nella via dell’osservanza e del dovere; la sua virtù è attraente. Sa ridere di cuore in ricreazione; sa prendere parte alla gioia comune. I superiori possono avere in lui la più completa fiducia. E’ un tesoro nella comunità”. Una vera mamma, così come voleva che fossero i religiosi fratelli il fondatore Paolo della Croce. Scrivendo ai famigliari (unicamente a loro sono dirette le sue lettere), Isidoro non manca mai di dare utili consigli e suggerimenti spirituali, affettuosamente interessato della loro vita cristiana. Preziose le trentasei lettere che ci aprono squarci del suo mondo interiore. Esprime in esse la gioia per la vita passionista, la gratitudine per il dono della vocazione, il desiderio di propagare la devozione alla passione di Gesù. C’è tutta la sapienza del suo cuore. La scrittura è limpida, lo stile semplice, i concetti chiari. Ricerca avidamente la volontà di Dio; vi si abbandona come un bambino in braccio alla mamma. Su di essa tesse la propria giornata, con essa e in essa trova pace e serenità. E’ il suo programma di vita espresso chiaramente alla vigilia dei voti religiosi. “Io sto per fare la mia professione unicamente per compiere la volontà di Dio”. Questa ricerca appassionata è l’atteggiamento che maggiormente lo ricollega al fondatore che raccomandava la “totale trasformazione nel divino beneplacito”. Lo chiamano “il fratello buono… il fratello della volontà di Dio”. La sua non è accettazione passiva, ma adesione responsabile e gioiosa. Nel 1910 viene improvvisamente trasferito a Wezembeek-Oppem. Dopo un primo momento di comprensibile smarrimento, di cui non fa mistero scrivendo ai famigliari, subito aggiunge: “Mi è venuto alla mente il pensiero che Dio voleva così per mezzo dei superiori. A questo pensiero non ho potuto più nascondere la mia gioia”. La volontà di Dio gli è cibo, ricchezza e sostegno. Ama la povertà professata: si affida totalmente alla provvidenza di Dio che provvede agli uccelli del cielo e che veste i gigli del campo. “Non possiedo molte cose, scrive; ho solo un crocifisso, un rasoio, un temperino, un lapis… Però non so come farvi comprendere la grande contentezza che mi riempie vedendomi libero da tutto, perché il mio cuore non ami che Gesù”. Nel giugno del 1911 per una cancrena gli viene asportato l’occhio destro. Mirabile la sua fortezza. “Quest’uomo deve essere un santo”, commentano i medici. Già alla visita prima dell’intervento, il dottore si era molto meravigliato che Isidoro avesse potuto sopportare senza alcuna fasciatura quel “continuo martirio”. Ricordando l’intervento chirurgico, Isidoro scriverà ai famigliari: “Mi sono confessato e nella santa comunione ho offerto a Dio il mio occhio per l’espiazione dei miei peccati, per il vostro bene spirituale e temporale e secondo molte altre intenzioni. Mi sono abbandonato agevolmente alla volontà di Dio senza rattristarmi. Alle undici mi sono recato in sala operatoria, mi sono preparato io stesso e mi sono adagiato sul lettino. Non avevo la minima paura”. Troverà anche la forza di scherzare sul suo terribile male. Dirà: “Con il mio occhio di vetro continuo a non vedere nulla. Nello spirito sono straordinariamente felice e contento del mio stato…. Se vedo soltanto a metà le cose buone, vedo soltanto a metà anche le cose cattive”. Dopo pochi giorni è di nuovo in cucina al suo posto di lavoro. La comunità tra religiosi e seminaristi a volte supera le cento persone. Isidoro pensa a tutto ed a tutti portando avanti una mole di lavoro che altri giudicano impossibile. Il dottore aveva avvertito che probabilmente il male sarebbe de- generato in cancro all’intestino con conseguenze fatali. Il superiore forse imprudentemente e con modi non troppo delicati comunica la triste prospettiva a Isidoro. Un teste annota che “il santo religioso riceve questa comunicazione con la sua serenità abituale. Semplice, pieno di bontà, diligente e puntuale, continua ad adempiere come prima tutte le incombenze affidate a lui dai superiori. Mai dice ad alcuno che sa di dover morire nel pieno vigore degli anni: accetta questa realtà in un totale abbandono e con una calma perfetta. Non vive che per Dio e la sua cara congregazione”. Per la congregazione, scrive Isidoro “voglio sopportare i più pesanti sacrifici, sacrificare anche la mia vita”. Nell’agosto del 1912 da Wezembeek è trasferito a Courtrai dove resterà fino alla morte. Continua il solito lavoro in cucina fino all’anno seguente quando gli assegnano l’ufficio di portinaio. Lo ricorderanno sempre umile, sollecito, delicato, pronto a sussurrare una parola di incoraggiamento e di conforto. Proprio lui, che ormai sta vivendo la propria morte. Infatti le tristi previsioni del medico si rivelano purtroppo vere. Isidoro si sente sempre più debole: non perde però la pace, anche se sta perdendo la vita. Il dottore diagnostica una pleurite e Isidoro subisce quattro dolorosi interventi. Ma tutto dipende dal cancro che gli sta devastando l’intestino e che lo sta portando alla morte. Isidoro è consapevole di quello che lo attende. “Se Dio ha disposto così, dice, mi sottometto a Lui senza lamenti né gemiti… Tutto ciò che Lui vuole… Dobbiamo a fare in tutto la sua volontà. Da solo non potrei sopportare questa sofferenza, ma con il Signore va bene… Noi dobbiamo accettare le nostre sofferenze in unione con Gesù che ci ha preceduti ed è stato per noi modello di pazienza e di abbandono alla volontà del Padre”. Il cancro, ormai diffuso in tutto il corpo, non gli lascia un attimo di sollievo e gli procura fortissimi dolori: Isidoro chiede unicamente che lo aiutino a pregare, a recitare l’Ave Maria, a fare il rin- graziamento dopo la comunione. Nell’ottobre del 1916 arriva al termine della sua giornata terrena. Si è nel vivo della prima guerra mondiale: i tedeschi hanno invaso il suo Belgio, sono giunti a Courtrai ed hanno requisito parte del convento per adibirlo a ospedale da campo. Della famiglia solo il fratello Frans può andare a trovarlo. Ma è una visita molto breve: le autorità tedesche gli concedono appena sei giorni. “Quando fui sul punto di ripartire, ricorderà Frans, piangemmo tutti e due… A malapena potei strapparmi dalle sue braccia. Mi disse: saluta in modo particolare mamma, papà e Stefania”. E nell’abbraccio c’è tutto l’amore di Isidoro per i propri famigliari. A Frans il superiore consegna una lettera per i genitori in cui tra l’altro si legge: “Vi chiamo fortunati per aver ricevuto da Dio un figlio così buono e così santo. Noi pure ci stimiamo privilegiati di avere questo santo confratello. Se è volontà di Dio che Isidoro lasci questo mondo, egli sarà nostro intercessore presso il Signore”. Isidoro viene sepolto semplicemente e poveramente. Addirittura senza funerali poiché il convento è in piena zona bellica. I suoi confratelli non hanno neppure il permesso di accompagnarlo al cimitero situato oltre il reticolato che circonda la città, dichiarata zona di guerra. Lo accompagnano con il cuore, raccomandandosi alle sue preghiere. Non si meraviglieranno vedendo in seguito crescere e diffondersi la fama della sua santità. Isidoro, l’umile e silenzioso fratello passionista, diventerà una delle figure più popolari ed amate del Belgio.