• Nascita: 30 ottobre 1782
  • Professione religiosa: 20 novembre 1802
  • Morte: 12 giugno 1856
  • Venerabile: 08 febbraio 1988
  • Beato: 01 ottobre 1989

Lorenzo Salvi

Lorenzo vive ed opera all’epoca della rivoluzione francese conoscendone    errori ed orrori; è testimone di un’epoca di transizione    percorsa e ferita da fermenti che segnano l’intera Europa. Nasce a    Roma il 30 ottobre 1782 da Antonio e Marianna Biondi. Vede la luce    nel palazzo dei conti di Carpegna; Antonio infatti è l’amministratore    di questa nobile famiglia, una delle più illustri ed antiche d’Italia.    Lorenzo rimasto orfano della mamma ad appena un mese, è portato    a Frascati (Roma) da una nutrice. Il babbo si sposa nuovamente     e il viaggio di nozze consiste nell’andare a riprendersi il piccolo. In casa    Salvi nasceranno altri cinque figli, ma Lorenzo mai si sentirà amato    meno degli altri. Solo alla vigilia del sacerdozio la matrigna gli dirà    che la sua vera mamma è volata al cielo da ventitré anni: la ricordi    nella celebrazione della prima messa.    Lorenzo in casa riceve una educazione cristiana basata sull’amore    verso Dio e verso il prossimo. Conduce una vita ordinaria, ma    irreprensibile tanto che lo chiamano “il piccolo santo”. Con risultati    più che soddisfacenti attende agli studi sia in casa guidato da precettori,    sia frequentando il vicino collegio romano. Ha come compagno    di scuola san Gaspare del Bufalo, fondatore dei Missionari    del Preziosissimo Sangue. E’ amico e discepolo del sacerdote    camaldolese Mauro Cappellari che abita anche lui, per qualche tempo,    nel palazzo Carpegna e che non disdegna di impartire lezioni ai    figli di Antonio. Il religioso sarà papa con il nome di Gregorio XVI.    Lorenzo lo tratterà sempre familiarmente. Lo chiamerà “nostro    affezionatissimo sommo pontefice” e parlerà della “bontà che ha    sempre avuto per la nostra famiglia”. Gregorio XVI nominerà Gaspare,    fratello di Lorenzo, architetto dei palazzi apostolici. A dieci anni    Lorenzo riceve la cresima nella basilica vaticana dal cardinale Enrico    duca di York, vescovo di Frascati. A diciotto decide di incamminarsi    verso la vita sacerdotale e religiosa. E sceglie i Passionisti. Il    padre, pur religiosissimo, tenta di trattenerlo. “Aspetta un anno, e    poi partirai”, suggerisce augurandosi che tutto sia un fuoco di paglia.    “Ma per un anno, aggiunge, non mi parlare assolutamente né    di preti, né di frati, né di monache”.    Lorenzo segna diligentemente la data e riprende la solita vita.    Scaduto l’anno si ripresenta puntuale al padre con una richiesta che    non ammette discussioni e ulteriori dilazioni. “Io ho fatto la tua    volontà, ora tu mantieni le promesse”. Il signor Antonio vede sfumare    le sue speranze e non può non stare ai patti. E Lorenzo parte.    E’ un giovane di diciannove anni. Come mai abbia scelto i    Passionisti non si sa. Con ogni probabilità li ha conosciuti attraverso    Vincenzo Strambi noto a Roma per il suo prestigio e per la sua    oratoria. Infatti proprio vicino al palazzo Carpegna, Vincenzo predica    più volte con straordinario concorso di popolo. Tra gli ascoltatori    vi sarà stato certamente anche Lorenzo, giovane pio ed impegnato.    Nel 1827 Lorenzo, su richiesta del superiore generale, scriverà    un profilo di Vincenzo Strambi.    Lorenzo trascorre l’anno di noviziato nella severa e tranquilla    solitudine del Monte Argentario (Grosseto); emette la professione    religiosa il 20 novembre 1802. Prosegue gli studi a Roma dove è    ordinato sacerdote il 29 dicembre 1805. La soppressione degli ordini    religiosi decretata da Napoleone nel 1810, lo costringe a vivere    fuori convento. Rifiuta il giuramento di fedeltà all’imperatore per    cui è privato della pensione prevista per gli ex-religiosi. Povero e    sereno, fermo e gioviale continua ad esercitare il ministero sacerdotale    in una chiesa di Roma. Appena sa che a Pievetorina (Macerata)    nelle Marche è possibile vivere in una piccola comunità passionista,    vi si reca immediatamente. Vi starà dal 1811 al 1814, circondato dalla    stima, dalla simpatia e dall’affetto degli abitanti che gli affidano    l’educazione e l’istruzione dei propri figli. “Sto bene, contento e ben    voluto contro ogni mio merito”, scrive Lorenzo il 9 settembre 1811.    Cessate le leggi di soppressione torna in convento dove riprende    con gioia la vita sognata da sempre.    Viene eletto superiore delle case religiose di Terracina (Latina),    Monte Argentario, Todi (Perugia), Sant’Angelo di Vetralla (Viterbo).    Nel 1829 è nominato superiore della casa generalizia dei Santi Giovanni    e Paolo a Roma in un momento molto delicato. E’ chiamato    infatti a sostituire il superiore in carica che per divergenze con il    generale insieme ad una diecina di religiosi turbolenti lascia la congregazione.    Lorenzo viene confermato nell’incarico anche nel 1832    quando avrà come vicesuperiore il beato Domenico Barberi. Questi    due santi religiosi riportano la pace nella comunità e il buon nome    dei Passionisti nella capitale. Nel 1848 è nuovamente eletto superiore    della casa generalizia: Lorenzo ha sessantasei anni e Roma vive    tempi cupi a causa della situazione politica. Per vari anni ricopre    anche l’ufficio di consigliere provinciale. Nel suo governo è comprensivo,    ma anche esigente per quanto riguarda la fedeltà agli impegni    comunitari. Precede tutti con l’esempio di amore alla preghiera    e alla vita contemplativa tipica della congregazione.    Non manca di umorismo di cui si trovano abbondanti tracce nel    suo atteggiamento e nei suoi scritti. “Io seguito a passarmela in    mediocre sanità, scrive al fratello nel 1847, ma ripeterò anche adesso    quello che sono andato più volte dicendo: finché c’è polvere si    spara”. A chi gli chiede qualche guarigione miracolosa, risponde:    “Che volete che vi faccia io… se siete storpi in un piede, vi storpiate    pure dell’altro”. Raccontando al fratello un incidente avuto mentre    si reca a Perugia, dice: “Fu un prodigio che non ribaltasse il legnetto,    il che se accadeva sarei rimasto una pizzetta per il santo bambino.    Ma siccome gli sarebbe stata indigesta, tolto lo spavento in me non    fu altro. Deo Gratias”. Ama la musica e la liturgia ben condotta. Nel    Natale del 1852 è invitato a Sant’Eutizio per accompagnare con il    suono le sacre funzioni. Proprio lui che ormai ha settanta anni. Scriverà    invece un testimone: “Rimanemmo trasecolati nel notare la sua    elevazione di spirito, il meraviglioso e brioso suono dell’organo che    eseguiva in modo mirabile in tale solennità”.    Il 9 giugno 1856 è inviato dai superiori a Capranica (Viterbo) per    visitare alcuni infermi che desiderano una sua benedizione. Pur sentendo    che le forze vengono meno, obbedisce, come sempre. Prima di    partire dice che non sarebbe tornato; ai benefattori che lo accolgono    festosi profeticamente confida: “Starò qui solo tre giorni”. Accoglie i    visitatori, confessa i penitenti, benedice i malati, conforta i sofferenti.    Il 12 giugno, poco prima delle ore venti, muore per un colpo    apoplettico. “Abbiamo perduto il nostro santo”, dice la gente commossa    mentre fa incetta di reliquie. Prima che Lorenzo sia riportato    in convento, vogliono che il suo corpo venga condotto in processione    per tutto il paese; le guardie a stento riescono a difenderlo dall’eccessiva    devozione. Solo verso le ore ventuno del 13 giugno il corteo può    avviarsi verso il convento passionista di Vetralla. Il primo ottobre 1989,    Lorenzo viene dichiarato beato da Giovanni Paolo II.    Lorenzo non sa cosa sia l’ozio. Lo chiamano “il moto perpetuo”.    E’ sempre occupato: diciannove anni è superiore, sei vicario, quattordici    consultore provinciale. Ma non è errato dire che consuma la    vita nella predicazione, nello scrivere libri, nel guidare la riforma    di alcuni monasteri, nella direzione spirituale. Ha il dono della profezia    e delle estasi. Tutti vedono in lui un autentico santo e molti lo    ricercano come guida per la sua pietà, il suo zelo instancabile, la    sua prudenza. Almeno duecentosessanta i corsi di missioni ed esercizi    spirituali da lui guidati. Nel triennio 1845-1848 predica addirittura    trentasei missioni che lo costringono a stare lontano dal convento    per oltre sette mesi consecutivi. Sono infatti moltissimi coloro    che richiedono con insistenza il suo ministero sacerdotale. Lorenzo    predica ad ogni ceto di persone, dalle monache di clausura ai    carcerati, con frutti abbondanti.    La sua parola è efficace perché accompagnata dall’esempio di    una vita santa e da molti fatti prodigiosi. Un gruppo di esercitanti    ai Santi Giovanni e Paolo è talmente scosso e preso da fervore ascoltando    le sue prediche, che per spirito di penitenza si mette a dormire    sul nudo pavimento. E siamo in pieno inverno. Deve intervenire    lo stesso Lorenzo per frenare l’eccessivo fervore e tutelare la loro    salute. Lorenzo viene richiesto dal beato Domenico Barberi per le    fondazioni in Belgio e in Inghilterra. Monsignor Giuseppe Molajoni,    passionista, vescovo di Nicopoli, lo vuole per la missione in Bulgaria.    Il superiore generale però non concede mai il suo benestare.    Lorenzo sarebbe disposto a partire anche subito per tutte le destinazioni;    ma accetta con docilità la decisione: eserciterà un intenso    apostolato in Italia predicando per circa quaranta anni in Toscana,    nel Lazio, in Abruzzo e nelle Marche.    La sua caratteristica è la tenera devozione a Gesù bambino che    a Pievetorina nel 1812 gli era apparso e lo aveva guarito da una    grave malattia. Quando in seguito Lorenzo racconterà il fatto, parlando    sempre in terza persona, si scioglierà in pianto e non riuscirà    a proseguire il discorso. Da quel momento il mistero di Betlem “il    più dolce, il più soave dei misteri”, diventa l’anima non solo della    sua ascesi e mistica personale, ma anche del suo apostolato e dei    suoi scritti. A propagarne la devozione vi si impegna con un voto    particolare. Con l’immagine di Gesù bambino, che lui chiama affettuosamente    “il mio dolce imperatorino” e con la preghiera a lui rivolta,    opera non pochi miracoli di cui resta una dettagliata e circostanziata    descrizione.    A chi gli chiede preghiere, raccomanda di accendere un cero davanti    a Gesù bambino e di rivolgersi a lui con fiducia. Lo stesso    consiglio dà ai malati ai quali a volte ordina addirittura di lasciare    le medicine. Li benedice con l’immagine di Gesù bambino che porta    sempre con sé e spesso avviene l’atteso miracolo. Gli altri si meravigliano,    per lui è cosa naturale. Nel 1855 su insistente invito del    cardinale Gaspare Bernardo Pianetti, vescovo di Viterbo, celebra un    solenne triduo di preghiere a Gesù bambino ed ottiene la cessazione    dell’epidemia di colera che infuria in quella città e che ha già    mietuto quasi trecento vittime tra la popolazione. Dopo il triduo    non ci saranno più morti.    Lo battezzano “il missionario di Gesù bambino”. Betlem, a suo    dire “la prima pubblica scuola di tutte le virtù”, diventa la casa dove    lui sosta in estatica contemplazione con la trasparenza di un bambino.    Qui assimila la lezione di un candore senza fronzoli. Lorenzo è    un uomo pratico, attivo, concreto; deve guidare le comunità religiose    come superiore. Ma questo non gli impedisce di risplendere    per quella semplicità evangelica non disgiunta dalla prudenza altrettanto    evangelica. “Aveva, scriveranno, un cuore umile e dolce    che lo inclinava a parlare, a pensare, ad agire sempre con infantile    semplicità spirituale”. Vicino al bambino di Betlem, diventa anche    lui bambino, nel senso migliore del termine. Libero da paralizzanti    incrostazioni, vive in perenne stupore. Alla semplicità, all’abbandono    fiducioso in Dio guida le anime da lui dirette siano esse suore,    sacerdoti, o laici. Non tradisce la sua vocazione passionista: nel bambino    di Betlem adora il mistero dell’amore di Dio, vede chiaramente    Gesù servo obbediente e redentore crocifisso.    Lorenzo vive ed insegna la beatitudine dei “piccoli” ai quali il    Signore si compiace di rivelare “i misteri del regno dei cieli”. La    “piccola via” che in seguito sarà percorsa anche da santa Teresa di    Lisieux, è la risposta di Lorenzo alle sfide culturali e sociali del suo    tempo che propone altre categorie e altri parametri. Il “mio    sopraddolcissimo bambinello”, avverte Lorenzo, sconvolge i sapienti    e grandiosi progetti umani destinati a frantumarsi se non poggiano    sulla fragilità del “caro Dio pargoletto”.    Nei suoi scritti, con un linguaggio caldo e accattivante, semplice    e spontaneo, Lorenzo “grida” la sua profezia. Egli spiega in modo    chiaro e particolareggiato anche come adoperare la cera per costruire    statuine di Gesù bambino. Ma la descrizione non è tecnica fredda    e morta: attraverso immagini e gesti Lorenzo propone un suggestivo    itinerario spirituale per avvicinarsi al Dio-bambino. Non senza    emozione ancora oggi si possono ammirare e accarezzare alcuni     “Gesù bambino” in cera modellati da lui. Fonda anche l’associazione    chiamata il “Drappello della Sacra Culla” e ne pubblica il regolamento    per gli iscritti.    Interessanti le opere da lui scritte. Compone il “Diario necrologico    dei Passionisti e monache passioniste vissuti fino al 1848”, espressione    del suo amore alla famiglia passionista. L’opera è utile per tenere    viva la memoria delle consorelle e dei confratelli defunti e aiuta a    non dimenticare le proprie radici. Il primo libro dato alle stampe è:    “Invito a tutti i fedeli del mondo cattolico con alcuni esercizi divoti in    onore della santa infanzia di Gesù Cristo”, stampato ad Assisi nel 1825.    Nel 1832 pubblica la sua opera principale: “L’anima innamorata    di Gesù bambino” in quattro volumetti, stampata come la precedente    ad Assisi. Contiene riflessioni e preghiere per ogni giorno dell’anno    su una virtù che risplende nel bambino Gesù. Lo stesso Lorenzo ne    curerà un compendio in un unico volume di quasi trecento pagine    che avrà sei edizioni. Ne “L’anima, mistica nutrice di Gesù Bambino,    ossia l’anima occupata con Gesù bambino in tutto il corso dell’anno”, esorta    il cristiano ad essere luogo dell’incarnazione e della crescita di Dio.    In queste, come in altre opere, l’argomento è sempre lo stesso: contemplare    con fede e gratitudine Gesù bambino, abbandono della    propria autosufficienza, coltivare una filiale fiducia nella paternità    di Dio, vivere con serena mitezza i propri giorni, avere una sorridente    apertura al dono del Signore.    Nato quando l’Illuminismo aveva già offuscato ed ubriacato molte    menti con la sua perversa dottrina, Lorenzo parla di un Dio che per    amore si veste di umanità. Di un Dio che, diventato bambino, invita    tutti a camminare in semplicità di cuore.