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Tragedia e solidarietà nel cuore dell’Italia

… Se riusciamo ad adoperare la tempesta emotiva che ci coinvolge negli eventi eccezionali come una leva per migliorare i comportamenti di tutti i giorni, allora siamo sulla buona strada per diventare un paese normale

Mercoledì 24 agosto 2016. Ad Amatrice l’orologio del campanile è fermo alle 3.36. Un ruggito pochi secondi, ma che tuttavia sembrano un’eternità, quasi fauci di una bestia mitologica dal ventre della terra risucchia persone e paesi con una voracità inaudita. Il terremoto ha colpito ancora al cuore. Al cuore dell’Italia, tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo. Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto cancellate, spazzate via dall’uragano che ha seminato devastazione e morte.

Sorte beffarda l’analogia con il sisma che ha squassato L’Aquila nel 2009, quasi fosse sopita la terribile esperienza penetrata nella pelle dei cittadini, stampata nel più profondo dell’anima. La scossa è arrivata di notte come un ladro, quando si dorme, nel momento in cui siamo più vulnerabili: entrambe quasi alla stessa ora (appena quattro minuti di differenza), analoga magnitudo 6.2, pressoché stesse centinaia le vittime, migliaia gli sfollati. Dopo un trauma così, l’interiorità di chi sopravvive diventa nomade, specialmente per i bambini. Diventa nomade la vita pratica, nel peregrinare in cerca di sistemazione, prima ospiti di qualcuno, poi hotel, map, prefabbricati, infine dentro nuove mura. Ho visto con questi occhi lo smarrimento psicologico di amici che hanno sperimentato sulla propria pelle il dantesco “come sa di sale lo scendere e salir per l’altrui scale”. Le macerie, il boato, il terrore che sale dal basso e stravolge l’equilibrio interiore sono cicatrici permanenti.

Ma intanto è scattata la commovente gara di solidarietà che ha dimostrato, ove ce ne fosse bisogno, come nelle calamità l’Italia sa ricompattarsi e rivelarsi un popolo straordinario. Istituzioni e semplici cittadini, a cominciare dalla popolazione aquilana che ben conosce la drammaticità della situazione, si sono prodigati con ogni mezzo disponibile. Papa Francesco ha espresso “grande dolore e vicinanza a tutte le persone colpite dal sisma”. Ha poi invitato a “lasciarsi commuovere con Gesù” e sospeso l’abituale catechesi del mercoledì per recitare il rosario in Piazza San Pietro insieme ai dodicimila fedeli presenti assicurando che presto si recherà personalmente a portare “il conforto e l’abbraccio di padre e fratello”. E in segno di solidarietà, una squadra di vigili del fuoco della Città del Vaticano è subito accorsa sui luoghi del disastro.

Per un quasi ottantenne come me, i terremoti sono purtroppo una drammatica replica. Ero solo un bambino quando nel 1950 tremò il Gran Sasso, ma ho impressi indelebili nell’anima i volti stralunati di mamma e papà. Ero un adulto, ma ho ancora negli occhi le immagini del Belice del 1968, del Friuli nel 1976, l’ecatombe dell’Irpinia quattro anni dopo. Ho visto con sgomento crollare la basilica di Assisi nel 1997 e i palazzi dell’Aquila nel 2009.

Ora Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto: stesso dolore, stessa rassegnata sorpresa, stessi slanci di generosità. Nel Marziano a Roma, famoso racconta di Ennio Flaiano del 1954, Kunt è un alieno che sbarca da un’astronave a Villa Borghese nel bel centro di Roma. Mi domando che Italia troverebbe oggi un suo discendente che sbarcasse nello stesso luogo, cosa penserebbe di noi e del carattere nazionale. Senza dubbio riterrebbe che gli italiani sono un popolo capace di enorme solidarietà. E non avrebbe tutti i torti a pensarla così: effettivamente dopo il terremoto il paese si è mosso all’unisono. Questo è un fatto indiscutibile. Il problema nasce dal rapporto tra normalità e eccezionalità. Che, detto papale papale, vuol dire che dalle nostre parti la generosità e l’altruismo dei momenti estremi non trovano riscontro nei comportamenti di tutti i giorni.

Se riusciamo ad adoperare la tempesta emotiva che ci coinvolge negli eventi eccezionali come una leva per migliorare le istituzioni e quindi comportamenti e sentimenti di tutti i giorni, allora siamo sulla buona strada per diventare quel paese normale che vogliamo per i nostri bambini e nipoti.

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