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DIGNITÀ PERSONALE E UMANA SEMPRE

Quante volte lo abbiamo sentito ripetere: “Sbattetelo in cella e buttate la chiave”. Un modo di dire, quando siamo di fronte a crimini più o meno efferati, che scaturisce direttamente dalla pancia. Un’espressione di cui va fiero anche qualche rappresentante al più alto livello delle istituzioni repubblicane. Una condanna senza appello che spesso giunge quando si è ancora nella fase delle indagini che vede coinvolta una qualsiasi persona sospettata di aver commesso un reato. La pena detentiva, però, e per fortuna, arriva dopo i previsti gradi di giudizio, salvo carcerazioni per fini cautelari. Questo modo di dire, che è dettato da reazione istintiva ed emotiva, tuttavia trova concreta e pratica applicazione in qualche istituto di pena, che dovrebbero avere, secondo il dettato costituzionale, invece, anche e soprattutto fini rieducativi oltre a quello della privazione per pena della libertà personale.

Insomma, per rieducare non occorrono certo condizioni da hotel a cinque stelle, ma meno che mai condizioni di vita che vanno oltre ogni limite del bene e del male. Le stesse condizioni che si riscontrano in alcune carceri italiane, tra cui quello di Teramo, “Castrogno”. I nomi e le loro assonanze spesso non tradiscono le loro pratiche destinazioni, ma quando si varcano le soglie della dimensione umana per sconfinare in quella delle bolge dantesche sarebbe il caso di correre velocemente ai ripari. L’Italia, si sa, non è un esempio di buone pratiche, come usa dire oggi, in fatto di rieducazione carceraria, tanto che la stessa Corte di Giustizia europea ha dovuto occuparsene in più di un’occasione, ma il carcere di Teramo – ha osservato qualcuno – se subisse un’ispezione da parte delle strutture sanitarie sarebbe chiuso a sette mandate, tanto per restare in tema di catenacci, per inagibilità umana, sanitaria e igienica. Solo qualche numero per capire di cosa stiamo parlando. La struttura di Castrogno può ospitare non più di 250 detenuti, ce ne sono 430; una condizione di sovraffollamento che costringe nello spazio di sei metri quadri la vita a due persone; manca l’acqua calda in una commistione tra servizi igieni e locali dove si cucina al limite del tollerabile. Gli agenti di custodia non sono sufficienti per le esigenze della popolazione carceraria. Insomma, “guardie e ladri” costretti a vivere una situazione insostenibilmente degradante sotto tutti i profili. Le cose che, caro lettore, stiamo raccontando sono il risultato di ispezioni parlamentari. Ossia di deputati e senatori che hanno il diritto-dovere di recarsi negli istituti di pena per verificare le condizioni di vita dei detenuti. Castrogno è meta continua di tali ispezioni proprio perché non gode di una buona reputazione.

Che chi ha sbagliato nella vita debba pagare un prezzo alla società è fuori discussione, ma che lo debba fare a spese della propria dignità personale e umana non può essere contemplata dalla logica di una società che si vanta di essere tra le più civili al mondo.

Ultima notazione: per le condizioni inumane e degradanti l’ordinamento penitenziario prevede un risarcimento a carico dello stato. Qualche tribunale, come quello dell’Aquila, per situazioni più o meno analoghe, accertate in altri istituti di pena, ha riscontrato la violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e quindi il riconoscimento del risarcimento. Si rischia anche il danno erariale.

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