di Michael Bible, Traduzione di Martina Testa
ed. Adelphi, pp. 156, euro 18,00
La scrittura di Michael Bible – qui al secondo romanzo, dopo il successo de L’ultima cosa bella sulla faccia della terra – ha lo stesso dono delle canzoni generazionali: un ritmo e un suono talmente caratteristici da essere riconoscibili in ogni loro espressione. Lo sfondo di Goodbye Hotel è di nuovo la crepuscolare cittadina di Harmony, i protagonisti di nuovo figure che non hanno trovato la propria mattonella nel mondo. La trama oscilla lungo la linea della vita di Lazarus, tartaruga ultracentenaria sopravvissuta a una lunga schiera di padroni, legati tra loro solo da un abito elegante e un giuramento stipulato in un tempo dimenticato. Tra coloro che incrociano il suo cammino ci sono François ed Eleonor, i protagonisti bipedi del romanzo. Come si potrebbe dire di tutti gli abitanti di Harmony, a legarli è un incidente (il lettore ne è a conoscenza sin dalla prima pagina) che li ha cambiati per sempre.
Nonostante il lieto fine non appaia mai veramente alla portata dell’essere umano, nel loro incessante sbattere contro la vita si nasconde una speranza di palingenesi, incarnata non a caso da un altro carapace: Little Lazarus, che raccoglie dal suo predecessore la condizione esistenziale di chiunque sia passato nel mondo. Quella del testimone.