Dalle inquietudini interiori alla scoperta della vocazione, fino alle ultime lettere che rivelano la sua serena accettazione della morte imminente. Tutto ciò illumina la nascita della santità di san Gabriele
A febbraio si festeggia la ricorrenza del sacro transito (ossia del passaggio di san Gabriele dalla terra al Cielo, ndr). L’evento ci obbliga a dare un taglio diverso al servizio che stiamo per fare. Abbiamo scelto di raccontare alcuni tratti della sua vocazione.
Checchino, come abbiamo detto in passato, è dotato di qualità non comuni. Ne è perfettamente cosciente. Se le cose non vanno per il verso giusto, non si perde d’animo. Ha davanti a sé un mondo da scoprire. A volte sembra uno sconsiderato: si arrabbia, sbatte la porta davanti a tutti e se ne va. Ha sete di vita, ma non sa ancora di quale tipo di vita. Chi gli sta intorno si preoccupa nel vederlo così. Checchino ha dentro di sé qualcosa di indecifrabile, che non riesce a risolvere. Preferisce allora starsene da solo. Riflette. Piange. Prega.
Al riguardo, ho trovato un profilo interessante nella biografia di Gabriele Cingolani. Voglio condividerlo con voi: “Così è Checchino sui diciott’anni. Si sente colmo da scoppiare, ricco di doti e di possibilità, capace di amare e di aprirsi la strada, fatto per la vita e per la gioia. Ama tutte le cose belle: l’amicizia, lo studio, il divertimento, il successo, le simpatie. Si sente accettato e amato. La vita lo attira e ci si butta fino ai capelli. Eppure qualcosa dentro lo rende problematico, come se tutto questo non bastasse”.
Non sappiamo se il giovane Possenti abbia letto quella riflessione di sant’Agostino: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”.
Tuttavia, fatte le debite differenze tra i due personaggi, Checchino arriva alla soluzione del problema solo quando entra nel convento di Morrovalle (MC) e si immerge senza riserve nella vita religiosa. Appena due mesi dopo, scrive al Babbo, ancora perplesso della scelta del figlio, una lettera in cui svela in maniera cristallina il suo vero stato d’animo: “La contentezza e la gioia che io provo entro queste sacre mura è quasi indicibile a paragone dei vani e leggeri passatempi che si gustano nel mondo. Assicuratevi pure, o papà mio, e credete a un figlio che vi parla col cuore sulle labbra, che non cambierei un quarto d’ora innanzi a Maria santissima con tutti gli spettacoli e divertimenti del mondo”. Andava cercando, ora ha trovato.
Qualcuno potrebbe dire: sono i soliti fervori degli inizi. Si sbaglia di grosso. Qui mi torna in mente un’espressione del fratello Michele. Era tornato per breve tempo da Roma, dove frequentava l’università di medicina. Il padre gli parlò della vocazione di Checchino. Era convinto che quella scelta fosse frutto di un sentimento passeggero. Già altre volte aveva fatto simili propositi, svaniti nel nulla. Michele, esortato dal babbo, parlò con Checchino sulla sua vocazione. Ne restò talmente colpito che alla fine gli disse: “Beato te! Che Dio ti mantenga questa buona volontà”. Subito dopo disse al padre di lasciarlo partire per il noviziato. Sante ci rimase sconcertato. Sperava che fosse riuscito a dissuaderlo dall’idea di farsi religioso. Ci teneva tanto che quel figlio rimanesse con sé. Ma Michele soggiunse: “Sapete, papà, com’è Checchino: quando ha preso una decisione, non si lascia smuovere”. Michele ha colto nel segno.
Checchino entrò al noviziato di Morrovalle il 9 settembre 1856, a 18 anni, e morì al convento di Isola del Gran Sasso (TE) il 27 febbraio 1862, a 24 anni. In soli sei anni scalò senza mai fermarsi la vetta della santità.
Che si trovasse nel posto giusto lo dimostrano chiaramente alcuni pensieri espressi nelle lettere scritte qualche mese prima della morte. Il 19 dicembre 1861 spedisce quella che sarà l’ultima missiva al padre. Contiene parole toccanti che lasciano trasparire la morte imminente: “Io non faccio altro che benedire la misericordiosa mano della Vergine Maria che mi tolse dal mondo… Raccomandatemi per carità e fatemi raccomandare a Gesù e a Maria secondo la mia intenzione. Questa sarà la mancia che mi vorrete donare. Beneditemi. Vostro aff.mo figlio Confratel Gabriele di Maria Addolorata”. Ha il sapore di un profondo commiato. Il 30 dicembre 1861 scrive al fratello Michele. Mancano appena due mesi alla morte. Dopo intense esortazioni a vivere da cristiano e a nutrire grande devozione alla Madonna, passa al saluto. Un saluto che in sé ha il significato di un definitivo commiato: “Addio, fratello mio, non mi disprezzare. Pratica ciò che ti ho detto… salutami papà e tutti di casa. Raccomandami alla Madonna SS.ma onde mi salvi l’anima… io vivo contento per essermi ritirato in questa Congregazione, e vorrei per divina misericordia essere il più indegno tra i nostri fratelli che essere figlio di re, erede del regno”.
Vi si scorge una serena e religiosa accettazione della sua giovane vita vissuta in convento, nonostante la consapevolezza dell’approssimarsi della morte. Nei prossimi mesi riprenderemo il discorso sulla vita di Checchino a Spoleto. Racconteremo altri aneddoti che hanno contraddistinto la sua esuberante giovinezza. Senza dubbio ci saranno utili per conoscere meglio il futuro san Gabriele.