di Eric-Emmanuel Scmitt,
traduzione di Alberto Bracci Testasecca,
Edizioni e/o, pp. 144, euro 12
Il titolo di questo romanzo ha due pregi: il primo è di essere molto bello, il secondo di distillare in poche parole l’archetipo della storia – o meglio, delle storie – che racconta. Un affarista giramondo si imbatte per caso nella signora Ming, addetta ai gabinetti maschili nel Grand Hotel di Yunhai. In ogni incontro, la donna regala ritratti minuziosi dei suoi dieci figli. Il sospetto dell’uomo è immediato: come può stare in piedi una storia simile nella Cina costretta alla politica del figlio unico? Eppure le parole della madre si fanno sempre più vivide, riecheggiano gli aforismi di Confucio e la semplicità dei proverbi cantonesi; testimoniano quella “memoria storica e culturale che si perpetua nel comportamento della gente comune da duemilaseicento anni”. L’abilità stilistica di Schmitt accompagna il lettore fino all’ultima pagina, in un gioco di specchi dove credere o dubitare è meno importante del lasciarsi trasportare. Alla fine ci si vede costretti a concordare con la signora Ming, secondo cui “la verità fa sempre rimpiangere l’incertezza”.