miracoli

Il pieno? No, il prelievo…

Il distributore è solo la scenografia: il vero incasso va altrove

Il 57% del prezzo del gasolio finisce allo Stato. Accise eterne, IVA sulla tassa e un sistema che nessun governo vuole davvero toccare. Un viaggio nel cuore di un prelievo che sopravvive a tutto

Partiamo con un indovinello, anche se – come vedremo più avanti – c’è poco da ridere: qual è la pompa di benzina più redditizia d’Italia? Il ministero dell’Economia. L’ultimo dei conflitti bellici sviluppatosi sul nostro pianeta, ossia l’attacco sanguinoso e distruttivo del duo Usa-Israele compiuto recentemente nei confronti dell’Iran, in piena violazione del diritto internazionale, ha fatto schizzare alle stelle il prezzo del petrolio, trascinandosi dietro, inevitabilmente, significativi danni economici: aumento dell’inflazione, rincari dei trasporti e delle merci, calo dei mercati azionari, riduzione del potere d’acquisto, difficoltà per le imprese, rischio di stagflazione (una situazione economica in cui l’economia ristagna – poca crescita e alta disoccupazione – mentre i prezzi continuano a salire, ndr).

Da qui il rimbalzo di responsabilità tra le compagnie petrolifere e i gestori dei distributori. In questa baraonda di indici puntati, però, spesso ci si dimentica che in Italia fare il pieno non significa soltanto acquistare carburante: significa, soprattutto, finanziare lo Stato.

E arriviamo al cuore del problema, ovviamente visto dalla parte dei cittadini. Ogni volta che un automobilista fa rifornimento, più che acquistare gasolio sta versando un contributo forzoso al bilancio pubblico. Il 57% del prezzo alla pompa, infatti, è composto da accise e IVA: una cifra che non ha eguali in Europa e che racconta un primato di cui nessuno va fiero. Il nostro Paese, infatti, guida la classifica europea degli introiti fiscali sui carburanti. Non perché il petrolio costi di più, non perché la filiera sia inefficiente, ma perché lo Stato ha scelto di trasformare ogni pieno in un bancomat permanente. Parliamo di una tassa pura, generata da una miscela micidiale formata da accise e IVA.

Ricordiamo che le accise sono imposte nate per far fronte a emergenze specifiche: guerre, disastri naturali, crisi energetiche. Dovevano essere temporanee, ma di fatto non lo sono mai state. Parliamo della guerra d’Etiopia (1935); della crisi di Suez (1956); della tragedia del Vajont (1963); dell’alluvione di Firenze (1966); del terremoto del Belice (1968); del terremoto del Friuli (1976); del terremoto dell’Irpinia (1980); delle missioni militari internazionali e delle ricostruzioni post‑sisma più recenti.

Insomma, una sorta di fossile fiscale: stratificato, resistente, intoccabile. Non a caso, infatti, si racconta che nei corridoi del ministero dell’Economia, ogni volta che s’insedia un nuovo “inquilino”, torni ad aleggiare il solito ritornello: le accise sono la tassa perfetta, nessuno può evitarle e nessun governo vuole rinunciarvi. Ogni governo, infatti, ciclicamente annuncia la volontà di “rivedere le accise”. Poi, però, come d’incanto, tutto si ferma. Rinunciare a quel 57% significa trovare miliardi altrove. E nessuno vuole essere quel ministro… Dimenticando, però, che quell’assurda doppia tassa sul carburante non colpisce solo gli automobilisti, ma l’intero Paese. Aumentano i costi di trasporto, di produzione e i prezzi dei beni essenziali. Tra l’altro, in un Paese dove la mobilità privata è spesso una necessità – soprattutto fuori dalle grandi città – tassare il carburante significa tassare la vita quotidiana. Significa rendere meno competitivi agricoltori, autotrasportatori, piccole imprese. Significa rallentare la logistica, che è la spina dorsale dell’economia. L’IVA applicata alle accise – e cioè una tassa sulla tassa – è poi qualcosa di diabolico. A rendere il carburante italiano tra i più cari d’Europa, è bene dunque ribadirlo, è lo Stato, non il mercato. Quello Stato che invece, in quelle imposte, vede una fonte di entrate stabile e difficilmente sostituibile. In un Paese con un debito pubblico elevato e una pressione fiscale complessiva già molto alta, rinunciare a una parte significativa del gettito dei carburanti richiederebbe infatti scelte politiche complesse e coraggiose: tagli di spesa, nuove imposte altrove o un ripensamento radicale delle priorità di bilancio. Forse, però, i nostri governanti – anche alla luce dei loro tanti privilegi e stipendi “fuori portata” per i comuni mortali – qualche idea potrebbero farsela venire per compensare un gettito ridotto. Le accise sui carburanti valgono circa 25,27 miliardi l’anno, a cui vanno aggiunti altri 8‑10 miliardi di IVA. Totale: 30‑35 miliardi di euro da coprire. Si potrebbe partire, ad esempio, da una lotta seria all’evasione, da nuove imposte ambientali, da un aumento della tassazione sugli extraprofitti, da un incremento delle accise su altri prodotti, come tabacco e alcol. E magari risparmiare sull’acquisto di armi. Attualmente, infatti, l’Italia destina alla difesa circa 30-33 miliardi di euro all’anno. Raggiungere poi il simbolico 5% richiesto dal presidente degli Stati Uniti – cioè un aggiuntivo 1,5% del Pil in spese per la sicurezza nazionale in senso lato – significherebbe un incremento astronomico, stimato dagli osservatori come Milex (osservatorio per le spese militari) tra i 75 e i 100 miliardi di euro aggiuntivi all’anno.

Fino a quando, allora, accetteremo che più della metà del prezzo del gasolio non sia carburante, ma tassazione mascherata?