Adolescenti senza paletti, adulti senza voce
Dalla Bergamasca alla Liguria, fino ai casi di Abbiategrasso e Varese: la violenza giovanile cresce e rivela solitudine, mancanza di riferimenti e un immaginario distorto alimentato dai social
C’è un filo inquietante che lega alcuni degli ultimi episodi di cronaca avvenuti nelle scuole italiane: un coltello estratto dallo zaino, una rabbia improvvisa, un gesto che trasforma l’aula – luogo educativo per eccellenza – in un teatro di violenza. Non si tratta più di casi isolati, ma di segnali che interrogano in profondità tutti noi: istituzioni, società civile, adulti.
L’episodio più recente è avvenuto a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, il 25 marzo scorso, quando un ragazzo di 13 anni che frequenta la scuola media “Da Vinci” ha accoltellato l’insegnante di francese, Chiara Mocchi, che fortunatamente è riuscita a salvarsi.
Un fatto che riporta al centro dell’attenzione una realtà – quella della violenza giovanile – che fatica a essere compresa fino in fondo. E non è l’unico caso. Solo pochi mesi fa, a La Spezia, un ragazzo di 19 anni, Abanoub Youssef, è stato ucciso da un compagno di classe al culmine di una lite nata per una foto sui social: una dinamica che colpisce per la sua apparente banalità e per la tragica escalation.
Negli ultimi anni si sono verificati diversi episodi analoghi di docenti aggrediti da studenti, talvolta con premeditazione. Ad Abbiategrasso, nell’hinterland milanese, nel 2023 un’insegnante è stata accoltellata alle spalle durante una lezione; a Varese, nel 2024, un’altra docente è stata gravemente ferita da un alunno che cercava vendetta per una bocciatura. In entrambi i casi, la violenza ha lasciato ferite profonde, non solo fisiche.
Prima di colpire la sua insegnante, lo studente di Trescore Balneario aveva messo nero su bianco le sue intenzioni in una lunga lettera diffusa su un canale Telegram. Un testo inquietante, lucido in alcuni passaggi e delirante in altri, che mostra quanto possa sedimentare, nel silenzio, un disagio profondo. “Non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità”, ha scritto il ragazzo. E poi l’annuncio: “Ucciderò la mia insegnante di francese. La scelta non è casuale, è mirata”. Nelle sue parole emerge una percezione di umiliazione e solitudine: “Le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti… quando un ragazzino gracile mi ha dato un pugno, non ho reagito… questo dimostra quanto la scuola stia fallendo”.
Ma è soprattutto un altro passaggio a colpire per la sua freddezza: “Non posso essere incarcerato… quindi farò quello che ho sempre voluto fare”. La violenza diventa così non solo vendetta, ma anche affermazione di sé, rottura della routine, ricerca di un’identità: “Non è solo un atto di vendetta, è un modo per rompere la noiosa routine nel modo più estremo possibile”.
Nella lettera affiora anche una visione distorta della libertà e delle regole: “Le regole non sono qualcosa che devo seguire, sono qualcosa che devo infrangere”. E ancora: “Se qualcosa mette in discussione la mia libertà, lo sento come un attacco personale”. Parole che raccontano un io assolutizzato, incapace di riconoscere limiti e relazioni.
Il passaggio più inquietante è forse quello in cui il ragazzo si descrive come un “soldato”: “Mi vedo come un soldato che combatte per i propri diritti, mi sento anche superiore a tutti i miei coetanei”. Qui la rabbia si trasforma in ideologia personale, in una narrazione che giustifica tutto, persino l’annientamento dell’altro: “Nessuna vita ha importanza al di fuori della mia”.
E infine, la solitudine: “Non ho molti amici, vedere la gente che ride in gruppo mi fa infuriare”. Una frase che restituisce tutta la fatica di stare dentro relazioni autentiche, sostituite da un senso di esclusione che diventa rancore.
Anche la docente colpita ha voluto far sentire la sua voce. In una lettera scritta tramite il suo legale mentre era in ospedale, ha rivendicato il desiderio di tornare in classe: “Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché, nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande”. Parole che restituiscono il senso profondo di un mestiere spesso raccontato solo attraverso l’emergenza, ma che continua a reggersi su legami educativi, responsabilità e fiducia.
Cosa sta accadendo ai nostri ragazzi? Perché un coltello diventa, nella mente di alcuni adolescenti, uno strumento possibile, se non addirittura “necessario”?
Lo psicologo Simone Feder, coordinatore dell’area giovani e dipendenze della Comunità Casa del Giovane di Pavia, offre una chiave di lettura che va oltre la superficie dei fatti: “Quando succedono fatti del genere – spiega – restano tutti bloccati, ma prima la percezione del pericolo di avere una lama in tasca, di ferire qualcuno, non è sentita. Non sono allenati a cogliere gli alert: prima di una coltellata che nasce da uno sguardo fuori posto, ci sono stati una mancanza di rispetto, un vivere disordinato, che nessun amico ha notato e provato a contenere”.
Non si tratta dunque solo di un gesto improvviso, ma del punto di arrivo di un percorso spesso invisibile, fatto di fragilità, solitudine e incapacità di leggere le proprie emozioni. La violenza, in questi casi, diventa un linguaggio distorto, l’unico che sembra disponibile.
Un altro elemento preoccupante è la diffusione di un immaginario in cui portare un coltello viene percepito come una forma di difesa. “Hanno paura di aggressioni gratuite – osserva Feder – pensano di portare il coltello, pur avendo timore di usarlo”. Una contraddizione che rivela insicurezza e smarrimento più che reale aggressività.
Dietro questo disagio si intravede una crisi più ampia, che riguarda le relazioni e i modelli educativi: “Dietro i disagi della Generazione Z (i nati tra la metà degli anni Novanta e il 2010, ndr), in contesti sociali diversi – osserva – c’è carenza di figure genitoriali autorevoli: come piantine che vengono su senza il paletto che le tiene dritte, per troppi ragazzi le persone significative di riferimento sono solo i coetanei. Crescono ‘esposti’: sovraccaricati di stimoli e di aspettative altrui, privati dei riferimenti, cercano continuamente di essere visti”.
Il bisogno di riconoscimento, amplificato dai social, può trasformarsi in pressione, ansia, rabbia. E quando queste emozioni non trovano parole, rischiano di tradursi in azioni impulsive. “Non lo puoi vedere – – continua Feder, se nessuno ti ha insegnato a vedere te stesso. Va a finire che è la rabbia inespressa a prevalere e determinare azioni impulsive, ma la rabbia è un’emozione, non può diventare identità”.
In questo contesto, anche l’influenza culturale gioca un ruolo non secondario. Alcuni modelli proposti dalla musica e dai social media possono contribuire a normalizzare linguaggi e atteggiamenti violenti, soprattutto quando mancano strumenti critici per interpretarli.
La risposta, tuttavia, non può limitarsi alla repressione. Le esperienze internazionali – come quella inglese, che l’11 febbraio scorso ha presentato un piano di prevenzione con l’obiettivo di dimezzare in dieci anni i reati commessi con armi da taglio – mostrano che la prevenzione passa attraverso la costruzione di legami significativi e di contesti educativi sani. Sport, volontariato, percorsi educativi: occasioni concrete per aiutare i ragazzi a riconoscere sé stessi e gli altri.
La sfida è educativa, prima ancora che sociale o giudiziaria. Richiede adulti presenti, capaci di ascolto e autorevolezza, comunità che sappiano accogliere e orientare. Perché dietro ogni gesto estremo c’è quasi sempre una storia di invisibilità.