miracoli

“La mia vita è un continuo godere!”

Così scriveva il diciannovenne Francesco Possenti da pochi mesi diventato Gabriele dell’Addolorata nella congregazione dei Passionisti. Il 27febbraio i suoi amici di tutto il mondo celebrano il 164.mo anniversario della sua nascita in Cielo.[end-div]

Francesco Possenti: famiglia benestante, vita confortevole, brillante in società, studente di belle speranze, amante della danza, elegante. Un giovane pieno di vitalità che aveva tutti i requisiti per costruirsi una bella carriera in società e, invece, ormai diciottenne, scelse la vita religiosa in un convento fra i più austeri del tempo: scalzo, preghiera notturna all’1.30 per un’ora e mezza, alzata mattutina alle 5.30, vitto povero, frequenti digiuni, silenzio per gran parte della giornata.

Nessuno scommetteva sulla sua resistenza in convento, nemmeno suo padre e tanto meno i suoi compagni di scuola e i professori, che si interrogavano: “Il ballerino in convento, chi l’avrebbe detto?”. Meno che mai si aspettavano un cambiamento tale da indurlo a scrivere, dopo pochi mesi: “La mia vita è un continuo godere”.

Francesco Possenti, diventato confratel Gabriele dell’Addolorata e poi santo, oltre che per la sua devozione mariana, è sorprendente anche per il tema della gioia che traspare da ogni sua lettera ai familiari, lungo i sei anni della sua breve vita conventuale.

Dopo poco più di un mese in convento scrive al papà: “La contentezza e la gioia che provo entro queste sacre mura sono quasi indicibili a paragone dei vani e leggeri passatempi mondani che si gustano nel mondo”. Due mesi dopo ribadisce: “Vi confesso sinceramente che le 24 ore di cui è composta la giornata mi sembrano 24 brevi istanti”. Stesso ritornello dopo tre mesi: “Io sto bene e oltremodo contento”. Ancora: “Il Signore mi prospera troppo, non lo merito”.

Per tutti gli anni di vita conventuale continuò a cantare la sua gioia, anche se la malattia – la tubercolosi – avanzava e lo avrebbe stroncato a nemmeno 24 anni di età. A questa sua intensa gioia personale fa riscontro anche la felicità che fiorisce sul volto dei suoi amici attraverso la sua potente intercessione. Per questo i suoi devoti lo hanno definito “il santo del sorriso” e desideravano vedere un’immagine di Gabriele sorridente.

Abbiamo chiesto a pittori e disegnatori di rappresentare san Gabriele con il sorriso sulle labbra, senza però riuscire ad avere un risultato soddisfacente. Siamo tornati sull’idea in occasione del centenario della sua proclamazione a compatrono della Gioventù Cattolica Italiana e lo Studio Alice di Pescara, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, ha prodotto l’immagine posta in copertina: un volto bello, sorridente, con uno sguardo dolce e accogliente, che coinvolge nel suo sorriso i giovani attorno a lui. Emoziona incrociare il suo sguardo. A noi è piaciuta molto. A voi? Fatecelo sapere.

Chi ha trovato la gioia ha trovato il suo tesoro. Ma come poteva Gabriele essere felice con una vita così austera, i sintomi della tubercolosi, una tosse secca inizialmente scambiata per bronchite e persino l’impossibilità di essere ordinato sacerdote a motivo della guerra civile accesa dalla Spedizione garibaldina dei Mille? La sua gioia non sparì nemmeno davanti alla morte. La sua è una gioia interiore profonda, non dipendente dalle circostanze esterne. Sono molti i santi che lo testimoniano e gli studiosi che lo confermano: mentre la “felicità” richiede che le cose vadano bene (salute, soldi, successi) ed è temporanea, la “gioia” è come una corrente sotterranea che continua a scorrere anche quando la superficie del mare è in tempesta.

La felicità chiede che il mondo si pieghi ai nostri desideri. La gioia, invece, è la pace profonda che nasce in chi si affida a un Amore più grande. La sorgente della gioia di Gabriele è il sentirsi amato da Dio e dalla Vergine, nonostante qualsiasi vicenda umana.