Premiare chi prescrive meno: innovazione o rischio?
L’Ausl emiliana ha introdotto un bonus per i medici di base che riducono le prescrizioni di esami specialistici. Una misura che promette efficienza e sostenibilità, ma apre interrogativi su etica, fiducia e qualità delle cure
Dentro c’è tutto: economia sanitaria, etica medica, organizzazione del Servizio sanitario nazionale, fiducia dei cittadini e ruolo del medico di base. Parliamo della recente iniziativa dell’Ausl di Modena, che ha introdotto un incentivo economico per i medici di famiglia che mantengono entro una certa soglia il numero di esami e visite specialistiche prescritte, con l’obiettivo dichiarato di promuovere l’appropriatezza. Inevitabilmente, la strada inedita intrapresa dall’Ausl di Modena – premiare economicamente i medici che mantengono basse le prescrizioni di esami specialistici – in un sistema sanitario sempre più sotto pressione, tra liste d’attesa che si allungano e risorse che sembrano non bastare mai, ha generato un acceso dibattito. In particolare sul rapporto tra cittadini e medicina. La domanda è semplice e complessa allo stesso tempo: chi decide quando un esame è davvero necessario? Se da un lato l’iniziativa promette di ridurre gli sprechi e alleggerire le liste d’attesa, dall’altro solleva interrogativi profondi sul ruolo del medico, sulla fiducia dei pazienti e sui confini etici tra cura e gestione delle risorse pubbliche.
Vediamo allora più da vicino questa sorta di esperimento che, da una parte, affascina e dall’altra preoccupa. L’accordo firmato tra Ausl Modena e FIMMG (il sindacato dei medici di famiglia) è in vigore dallo scorso novembre. Il medico riceve 1 euro e 20 centesimi all’anno per ogni assistito, e il bonus massimo stimato è di circa 1.800 euro annui. Ma quali esami finiscono sotto la lente d’ingrandimento? Quelli a maggiore impatto su liste d’attesa e costi: risonanze magnetiche, gastroscopie, visite urologiche e altre prestazioni specialistiche ad alta richiesta. Va aggiunto che non è prevista alcuna penalizzazione economica per chi prescrive di più: il medico semplicemente non riceve il bonus.
Chi plaude all’iniziativa evidenzia i benefici potenziali: riduzione degli esami inutili, maggiore attenzione alla qualità delle prescrizioni, alleggerimento delle liste d’attesa e risparmio per il sistema sanitario. Una parte delle prescrizioni, infatti, nasce dalla pressione dei pazienti, dalla cosiddetta medicina difensiva, da abitudini cliniche non aggiornate o da controlli non necessari. Sul piano etico, inoltre, si sottolinea che il bonus non è una penalità, perché non toglie risorse ma ne aggiunge. L’obiettivo, dunque, è migliorare l’appropriatezza, non tagliare, in linea con le politiche internazionali: molti sistemi sanitari (UK, Scandinavia, Canada) lavorano da anni su questo fronte.
I contrari, invece, parlano di rischio di sotto-prescrizione. Se un medico teme di superare la soglia, potrebbe evitare esami necessari, con possibili diagnosi ritardate, aggravamento delle condizioni e aumento dei costi futuri. C’è poi il cosiddetto “effetto imbuto”: se molti medici riducono le prescrizioni, gli specialisti potrebbero vedere meno pazienti, ma più complessi e più tardi. Si aggiunge il rischio di disparità territoriali: medici con pazienti più anziani o fragili potrebbero essere penalizzati, perché necessitano di più esami. Infine, l’aspetto etico: il paziente potrebbe chiedersi se un esame non viene prescritto perché davvero inutile… o perché il medico ci guadagna.
Che dire, allora? Il “modello Modena”, che sulla base di un primo consuntivo sta fornendo risultati incoraggianti attirando l’interesse della Regione per ridurre le liste d’attesa, può certamente definirsi coraggioso e innovativo. Un bonus da 1,20 euro per assistito non cambierà la vita di un medico, né risolverà da solo il problema delle liste d’attesa, ma certamente ha il merito di aver riportato al centro del dibattito nazionale una domanda che da tempo pesa come un macigno sulla nostra sanità: come conciliare la cura delle persone con quella delle risorse? Come realizzare un sistema sanitario universale, equo e sostenibile? Visto che la nostra classe politica procede con la lentezza di chi non ha alcuna urgenza di dare risposte, affidiamo le speranze alla nascente generazione Beta… Sarà un tempo congruo?
L’appropriatezza è un concetto chiave del Sistema sanitario nazionale.
Definizione
Un esame è “appropriato” quando:
- è utile per la diagnosi o il follow-up
- è supportato da linee guida
- è proporzionato al quadro clinico
- ha un rapporto rischio/beneficio favorevole
Strumenti usati in Italia
- Linee guida nazionali e regionali
- Note AIFA per farmaci
- PDTA (Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali)
- Audit clinici
- Sistemi informativi che monitorano le prescrizioni
Problemi attuali
- Mancanza di uniformità tra regioni
- Pressioni dei pazienti
- Medicina difensiva
- Liste d’attesa che spingono a “giocare d’anticipo” con gli esami
Cosa non prevede normalmente l’appropriatezza
In Italia, fino a Modena, non era previsto un incentivo economico diretto per prescrivere meno. L’iniziativa modenese è quindi una novità assoluta.
Regioni che hanno sperimentato forme di controllo più strette
Alcune regioni hanno introdotto sistemi di monitoraggio più rigidi, ma senza incentivi economici:
Lombardia
- Monitoraggio prescrizioni tramite strumenti informatici di visualizzazione dati
- Segnalazioni ai medici con scostamenti significativi
- Nessun premio economico
Veneto
- Forte integrazione tra medici di medicina generale e specialisti
- Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali molto strutturati
- Verifiche periodiche
Toscana
- Sistema di appropriatezza molto avanzato
- Focus su percorsi diagnostici condivisi
- Nessun incentivo economico