di Vladimir Nabokov, Traduzione di Enrico Terrinoni,
Adelphi, pp. 306, euro 25
È il 1952 quando Vladimir Nabokov si accomoda in cattedra ad Harvard per tenere un corso di letteratura. Il punto di partenza è ineludibile: Cervantes. Senza perdersi in preamboli, affronta subito il Don Chisciotte come un organismo vivo da smontare pezzo per pezzo. Col piglio del professore anticonformista, ignora la solennità accademica e preferisce infilarsi tra gli ingranaggi nascosti del romanzo, avventurandosi in un’analisi appassionata della struttura narrativa. Lo rilegge con rigore e divertimento, come farebbe un entomologo davanti a una formica rufa. Rigetta l’idea del trionfo dell’uomo medio, che per lui “non è altro che un’opera di finzione, un intreccio di statistiche”, e celebra invece la singolarità di Don Chisciotte, la sua “nobiltà capricciosa” come qualità unica e irrinunciabile.
Nella parte finale ne misura addirittura le vittorie e le sconfitte al pallottoliere (il risultato non è privo di significato), fino ad arrivare alla consapevolezza che il romanzo non è altro che una grande fiaba. Eppure, nota Nabokov, “senza queste fiabe il mondo non sarebbe reale”.