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L’INCERTEZZA DEL POPOLO ITALICO

L’incertezza caratterizza l’italico popolo e lo spinge a trovare sistemi personali per difendersi dagli altri, a guardare in cagnesco chiunque creda – a torto o a ragione – che possa fargli del male, e a cercare tra i politici un uomo forte che gli prometta di essere in grado di risolvere tutti i suoi angosciosi problemi i quali gli generano “crescenti pulsioni antidemocratiche”. Insomma, roba da finire in un lettone circondati da un gruppo di psicoanalisti del calibro di Freud, Jung, Thorndike e compagnia analizzando. È in questo stato che stiamo affrontando l’anno ventesimo del terzo millennio. A vederci in queste condizioni disperate è il Censis che nell’ultimo Rapporto sulla situazione sociale del paese sostiene senza mezzi termini: l’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69 per cento dei nostri connazionali guarda al futuro (il 17 per cento è pessimista e appena il 14 sprizza ottimismo). La stragrande maggioranza (69%) è convinta che la mobilità sociale sia bloccata; quasi la stessa quantità tra gli operai (63%) crede che il futuro resterà fermo nell’attuale condizione socio-economica perché è difficile salire nella scala sociale, e sono pressoché gli stessi (64%), tra liberi professionisti e imprenditori, quelli che hanno dovuto rinunciare perfino ai due pilastri storici della sicurezza familiare, il mattone e i Bot, di fronte a un mercato immobiliare che non offre più le garanzie di rivalutazione di una volta e a titoli di stato dai rendimenti quasi nulli.

Secondo il Censis il bilancio della recessione è di 867.000 in meno di occupati a tempo pieno e di 1,2 milioni in più a tempo parziale. Il part time involontario riguarda 2,7 milioni di lavoratori, con un boom tra i giovani (+71,6% dal 2007). Dall’inizio della crisi, le retribuzioni del lavoro dipendente sono scese di oltre 1.000 euro ogni anno. I lavoratori che guadagnano meno di 9 euro l’ora lordi sono 2,9 milioni, mentre lavoro e disoccupazione preoccupano il 44% degli italiani (contro la media del 21% dei cittadini europei). Questo dato è il doppio rispetto all’immigrazione (22%), più di tre volte rispetto alle pensioni (12%), cinque volte di più della criminalità (9%) e dei problemi ambientali e climatici (8%).

Quello che allarma maggiormente, però, è l’aspetto sociopolitico. Negli ultimi tempi sembra essere montata una pericolosa deriva verso l’odio, l’intolleranza e il razzismo nei confronti delle minoranze. Il 69,8% degli italiani è convinto che nell’ultimo anno siano aumentati gli episodi di intolleranza e razzismo verso gli immigrati. Un dato netto, confermato trasversalmente, con valori più elevati al Centro Italia (75,7%) e nel Sud (70,2%), tra gli over 65 (71%) e le donne (72,2%), e per il 58% degli intervistati è aumentato anche l’antisemitismo.

Contraddittorio è il rapporto con la politica, alla quale si interessa il 42 per cento della popolazione, più che nei confronti dello sport (29%), della cronaca nera (26%) o rosa (18%), dell’economia (15%) o della politica estera (10%). Ma attenzione: è un interesse particolare, perché si guarda alla politica in tv come fosse una fiction, tanto è vero che quando si tratta di fare sul serio, cioè di votare, l’area del non voto aumenta costantemente: è passata dal 9,6% degli aventi diritto nel 1958 al 29,39% delle politiche 2018 fino al 46,07 delle elezioni europee 2019. E la quasi totalità dei telespettatori (90%) gradirebbe non vedere politici in tv. A proposito di informazione, al primo posto reggono i telegiornali (66,6 per cento), seguiti dai giornali radio (22,8%) e dai quotidiani (16,7%). Poi ci sono gli utenti compulsivi dei social network (coloro che controllano continuamente quello che accade sui social, intervengono spesso e sollecitano discussioni, i cosiddetti “leoni da tastiera”): per leggere le notizie scelgono Facebook (46%) come seconda fonte, poco lontano dai telegiornali (55,1%), e apprezzano i siti web di informazione (29,4%).

Sostanzialmente immutata la voglia di Europa. Gli italiani si dichiarano in maggioranza contrari a fare un passo indietro su tre questioni che avrebbero un impatto decisivo sulla nostra presenza nell’Unione: il 61% dice no al ritorno alla lira (è invece favorevole il 24%), il 62% è convinto che non si debba uscire dall’UE (favorevole il 25%), il 49% si dice contrario alla riattivazione delle dogane alle frontiere interne della Ue, considerate un ostacolo alla libera circolazione delle merci e delle persone (è favorevole il 32%). Oggi l’Italia gioca in Europa il proprio destino economico, esportando nei paesi della Ue quasi 91 milioni di tonnellate di merci l’anno (il 60,9% dei quantitativi complessivamente venduti all’estero), per un controvalore di 260 miliardi di euro, cioè il 56,3% del valore totale delle merci esportate. Accanto all’Europa delle imprese c’è l’Europa della gente. Gli italiani che risiedono negli altri 27 paesi dell’Ue sono 2.107.359 (mentre i comunitari che vivono in Italia sono 1.583.169): sono aumentati del 12,2% negli ultimi tre anni e rappresentano il 41,2% degli oltre 5 milioni di italiani che vivono all’estero. 

A questo proposito, va rilevato come negli ultimi cinque anni sia aumentato molto non solo il numero di laureati trasferiti oltre confine (+41,8%), ma anche quello dei diplomati (+32,9%); i saldi con l’estero di giovani tra i 20 e i 34 anni con titoli di studio medio-alti sono negativi in tutte le regioni. Quelle con il numero più elevato di giovani qualificati emigrati sono Lombardia (-24.000), Sicilia (-13.000), Veneto (-12.000), Lazio (-11.000) e Campania (-10.000). Il Centro-Nord, soprattutto Lombardia ed Emilia Romagna, ha compensato queste perdite con l’arrivo di risorse umane dal Sud, cioè gli emigranti che restano in Italia.Sotto questo aspetto, c’è da dire che il sistema educativo italiano registra pochi laureati, frequenti abbandoni scolastici, bassi livelli di competenze tra i giovani e gli adulti: sono queste le criticità del sistema educativo italiano. Il 52,1% dei 60-64enni ha la licenza media (31,6% la media UE), ma anche tra i 25-39enni il 26,4% non ha un titolo di studio superiore (16,3% media Ue) e il 14,5% dei 18-24enni (quasi 600.000 persone) non possiede né un diploma, né una qualifica e non frequenta percorsi formativi. Beh, verrebbe da pensare: incerti e anche un po’ ignorantelli.

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