miracoli

Prima del tramonto

Non perdete tempo: affrettatevi a godere gli ultimi scampoli della provincia italiana, dove sopravvivono ancora cortesia, amicizia, umana solidarietà, lealtà d’altri tempi. Fra pochi anni tutte quelle che sono antiche tradizioni e antiche virtù di questi luoghi scompariranno. Già in Italia (lo dice l’Istat) si sono dissolti, in dieci anni, interi paesi: disabitati, abbandonati, come devastati da una guerra; luoghi dove i giovani, un giorno, hanno fatto bagaglio e – sia pure con dolore – abbandonato il loro paese. Paesi muti e silenti, senza più nascite, dove per strade secolari non senti più il passo dei contadini. Abbiamo perso in dieci anni (più nel Sud che nel Nord) settecentomila abitanti: alcuni morti, altri trasferiti nelle grandi città, qualcuno emigrato in cerca di lavoro.

Qualche giorno fa ho ricevuto una lettera da un paese che forse pochi conoscono: si chiama Tricase, in fondo al Salento. Una cara amica che un tempo viveva a Roma e solo d’estate andava al mare in Puglia aveva deciso di cambiar vita, vendere casa nella capitale e stabilirsi definitivamente in provincia. A Tricase. La lettera mi ha colpito e voglio proporla ai nostri lettori perché traccia il ritratto di un’esistenza di cui abbiamo perso, o stiamo perdendo, il ricordo.

La lettera dice: “Stiamo bene a Tricase, la vita è a misura d’uomo, tutto è più semplice, a cominciare dal parcheggio. I rapporti fra le persone sono più sinceri, i nostri valori sono i valori di tutti. Un solo banalissimo esempio: abbiamo sostituito una persiana di legno con una elettrica. Non conoscevamo la ditta. Gli operai si sono presentati il primo giorno con quattro pasticcini, sono stati bravissimi e a Natale abbiamo ricevuto un cesto con prodotti locali. Puoi pensarlo a Roma? Qui i rapporti di amicizia si instaurano con grande facilità, vivere diventa facile e bello e tutto – il clima, la gente, la natura, il mare – tutto ti dà speranza e gioia di vivere. Ci manca Roma dopo settantacinque anni? Certamente. Ma ci manca l’idea di Roma: il passato, la storia, le rovine, le chiese, i monumenti. Non c’è rimpianto per la scelta che abbiamo fatto”.

In un paese come il nostro, fatto di centinaia di villaggi e di paesi disseminati lungo tutto lo Stivale, paesi che sono il retaggio della nostra complicatissima storia ma anche l’eredità di secoli, la provincia ha fatto aggio sulla grande città – purtroppo in via di inquinamento – e per fortuna restano ancora rivalità come Perugia e Assisi, o come Lucca e Pisa, segno di una vitalità e di una fedeltà alle origini che il tempo non ha dissolto. Perché esiste ancora, in un mondo trasformato, la fedeltà alle proprie radici. C’è un mutamento della famiglia, dove i figli vanno a studiare in lontane università; c’è un mutamento nei giovani laureati che vanno all’estero, dove c’è lavoro; c’è un mutamento perfino nel matrimonio, dove spesso moglie e marito (o compagno e compagna) vivono magari a duecento chilometri di distanza per ragioni professionali. Ma forse, alla fine, la nostalgia prevale e tutti ritornano, sebbene in città e paesi ormai in via di trasformazione.

L’immigrazione sta scalpellando lentamente certe caratteristiche di civiltà, di cortesia, di rispetto, di educazione, di bel vivere che erano eredità secolari, come appunto ha scritto la signora di Tricase. Tradizioni che si sono conservate felicemente in frigorifero da generazioni e che sono minacciate oggi da tanti inquinamenti. Ecco perché, dicevo all’inizio, godiamoci la ricchezza umana delle nostre province prima che il sigillo della storia impallidisca e scompaia.