A 17 anni Checchino attraversa un periodo di ribellione e smarrimento: litigi in famiglia, difficoltà scolastiche e conflitti interiori lo rendono irrequieto. Tuttavia, la preghiera e l’esempio paterno restano punti fermi che lo guidano verso una maturazione spirituale.
L’adolescenza di Checchino si sviluppa in un contesto sociale molto effervescente sotto l’aspetto culturale. All’inizio della seconda metà dell’Ottocento si diffonde in Europa l’Illuminismo. Non intendo fare una dissertazione su questo movimento. Tuttavia, sotto l’aspetto della fede in Dio, esso fu nefasto. Per l’Illuminismo, la Ragione è lo strumento principale per liberare l’uomo dalle superstizioni e per guidare il progresso. I suoi principi si diffondevano nelle università e negli ambienti culturali, suscitando dibattiti, scontri e polemiche. Di fronte a questo discutibile movimento, la Chiesa non poteva restare in silenzio. Espresse la sua opinione, definendo l’Illuminismo una minaccia ideologica che promuoveva la Ragione contro la Fede rivelata. Anche a Spoleto, città sensibile ai movimenti culturali, si discuteva dell’Illuminismo. Ma il nostro Checchino non venne minimamente scalfito dalle idee perniciose che circolavano.
Aveva circa 17 anni. Ogni tanto faceva capolino in lui l’idea di consacrarsi a Dio, ma non riusciva a decidersi. Per questo entrò in una crisi profonda. Insomma, non se la sentiva di lasciare tutto e rinchiudersi in un chiostro. Cadde in un tremendo conflitto: da una parte le seducenti attrattive del mondo, dall’altra la chiamata di Dio. Cosa fare? Un testimone racconta che era diventato “particolarmente sfrenato nel dedicarsi ai divertimenti e nel ricercare le compagnie spensierate”. Questa situazione ricorda il giovane Agostino di Tagaste, che, per far tacere la voce di Dio, faceva il “sordo”.
Checchino sperimentava una simile inquietudine. In casa non gli andava bene nulla. Era nervoso, si arrabbiava. Anche con i fratelli e le sorelle non andava d’accordo. Perfino alla scuola dei Gesuiti non accettava rimproveri. Spesso reagiva d’istinto e usciva dall’aula sbattendo la porta. Ma poi si calmava, rifletteva e scoppiava in pianto. Questo suo comportamento preoccupava non poco sia il padre sia i professori. La crisi di Checchino nessuno riusciva a decifrarla. Anche il rendimento scolastico ne risentiva. Tutti gli anni si piazzava tra i primi; questa volta, invece, “nelle premiazioni finali riportò solo una menzione”.
Tuttavia, esistono testimonianze che ci svelano l’interiorità di Checchino. Paolo Bonaccia, suo compagno di scuola, un giorno entrò in una chiesa di Spoleto e rimase letteralmente colpito quando sorprese il figlio del Governatore, da solo, inginocchiato a un banco, tutto raccolto con il mento tra le mani e le lacrime agli occhi. Un altro testimone afferma che, durante l’anno scolastico, anche quando le cose non andavano per il verso giusto, Checchino non aveva mai tralasciato la preghiera e la frequenza dei sacramenti. L’esempio del padre e gli insegnamenti dei Gesuiti avevano trovato terreno fertile in lui. Riporto alcuni aneddoti che ci aiutano a capire meglio Checchino, senza seguire l’ordine cronologico.
Per difendere la sua coscienza era capace anche di gesti forti. Un giorno, passeggiando per le vie di Spoleto con l’amico Pippo (diminutivo di Filippo Giovannetti, ndr), questi notò nella mano di Checchino un ronchetto a serramanico. Meravigliato, gli fece osservare: “Un attrezzo del genere non conviene a un giovane civile come te!”. Checchino gli spiegò come erano andate le cose: “Stavo facendo una camminata a Monteluco. A un certo punto si avvicinò a me uno scostumato (disse il nome) che voleva indurmi a compiere atti peccaminosi. Io gli dissi subito: ‘Vai via di qui!’. Lui provò a insistere. Allora estrassi il ronchetto e lo puntai verso di lui con decisione. Quando si accorse che facevo sul serio, si allontanò”.
Aveva una passione sfrenata per la caccia. Nei giorni in cui si recava a Ferentillo (TR), non sapendo come ammazzare il tempo, chiese ripetutamente al cugino Pietro di Terni, con due lettere datate 6 e 10 ottobre 1854, il favore di mandargli una o due “ragne”. Il cugino, conoscendo il carattere del richiedente, non tardò ad esaudirlo. Checchino, dopo pochi giorni, il 16 ottobre rispose: “Vi ringrazio moltissimo della ragna che mi avete mandata, solo mi dispiace che ve ne siate privato per accontentarmi”. Qui penso sia giusto spiegare in cosa consista la ragna: è una rete sottile e quasi invisibile, che si appendeva a dei pali. Gli uccelli, volando, vi si impigliavano (ndr). All’epoca era un piacevole passatempo per i giovani.
Qualche volta, però, insieme ai fratelli e agli amici, andava a caccia anche col fucile, soprattutto in autunno. Egli stesso racconta degli strapazzi che si prendeva, delle sudate fatte senza cautela, delle tante cadute procuratesi. Una volta, però, rischiò seriamente: nel saltare una siepe col fucile a tracolla, partì un colpo che per poco non lo colpì in faccia. Egli attribuì quello scampato pericolo a un miracolo. Ringraziò Dio, promettendo di seguire la vocazione. Ma la promessa non durò a lungo.
A prescindere da queste vicende, qualcosa stava cambiando in lui. Una sera la sorella Teresa, tornando da una passeggiata, si accorse di aver smarrito una spilla preziosa, ricordo di una persona cara. Ne fu molto dispiaciuta e, ritiratasi in camera, scoppiò in pianto. Checchino, sentendola piangere, le si accostò per consolarla. Si fece dire il luogo dove era stata. Quindi, lui e un fratello presero una lanterna e andarono al luogo indicato. Cercarono dappertutto finché la trovarono. Lietissimo, Checchino consegnò la spilla alla sorella, con queste sagge parole: “Sono contento di averti consolata. Ora dormi in pace, ma non ti attaccare troppo a queste sciocchezze”. Vi ricordate dell’orologio da tasca? Lo usò poche volte, poi lo diede a un fratello.