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UNA NUOVA STELLINA NELLA CHIESA

la venerabile suor Addolorata Luciani. Era il 23 luglio 1995 quando nella chiesa del monastero delle passioniste di Ripatransone (AP) il vescovo diocesano (San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto) Giuseppe Chiaretti, dopo le dovute previe consultazioni, diede inizio ai processi cognizionali della religiosa passionista suor Addolorata Luciani. Come aprire una specie di caccia al tesoro. Sì, perché la religiosa aveva costruito un capolavoro di santità nei pochi anni avuti a disposizione dalla Provvidenza (soli 34) e mettersi alla ricerca di questo capolavoro sarebbe stata una piacevole avventura.

Suor Addolorata Luciani, una minuta e aggraziata signorina della campagna marchigiana, (Montegranaro, Fermo 20-05- 1920) aveva adocchiato, chi sa come, il monastero delle passioniste, arroccato come un nido di aquile sul colle di Ripatransone e non lo ha mollato finché non vi ha fissato la sua nuova stabile dimora. Liquidati tutti gli ostacoli, sempre puntuali quando c’è da volare tanto in alto, e sbrigato disinvoltamente anche l’ultimo dei ragazzi che si erano accorti di lei, fissa la sua nuova residenza lì dove sa di aver trovato finalmente il “suo paradiso”: il monastero delle passioniste. “Qui mi trovo contenta come una regina”, scrive alla mamma.

Paradiso in clausura? E perché no? Tale è stato per lei. Peccato, però, perché ne è stata forzatamente sfrattata da una dolorosa “via crucis”, da celebrarsi come una pellegrina nei diversi ospedali che l’hanno accolta per far fronte ai mille malanni da cui è stata aggredita. La pace del monastero e la piacevole compagnia delle consorelle è rimasto purtroppo un sogno da inseguire e da goderne solo fugacemente. Ma la sofferenza, che l’ha levigata e affinata, ha perso il suo veleno, tanto da farla esclamare: “Signore sono contenta di soffrire”.

Quando l’ultima stazione della sua “via crucis” si conclude al sanatorio di Teramo il 23 luglio 1954, i ricoverati con lei e tutto il personale si sono sorpresi a sentir cantare all’unisono nel proprio essere lo stesso piacevole ritornello: “È morta una santa”. Questo profumo di santità si è diffuso e ha contagiato quanti hanno anche solo sfiorata la giovane religiosa. Doveroso mettersi quindi alla sua ricerca, ed è iniziata quindi la caccia al tesoro per ricostruire nel modo più fedele possibile l’identikit della giovane passionista.

Un cammino di 23 anni, fatto di ricerche e di inchieste, a volte fatto col fiatone, con qualche immancabile bastone tra le ruote da rimuovere, con scettici da tenere alla larga perché sempre pronti a spegnere l’entusiasmo di quanti hanno creduto nell’impresa. Poi, eccoci finalmente ai nostri giorni in cui, con una certa trepidazione, abbiamo atteso il parere delle commissioni esaminatrici, che ci avrebbero detto con chiarezza se la religiosa in esame avesse la stoffa della santità oppure fosse un pio desiderio di pochi illusi sognatori.

Un filtro spietato e austero, ma doveroso, che ha messo alle corde la resistenza di chi era in attesa dell’importante responso. E questo è finalmente arrivato. Al giudizio favorevole unanime della commissione dei teologi ha fatto seguito quello altrettanto unanime della commissione dei vescovi e cardinali nello scorso 30 ottobre. È fatta! Un profondo sospiro di sollievo! E che di più?

Arriva puntuale dopo alcuni giorni (11 novembre 2018) la parola autorevole e rassicurante del papa che dichiara venerabile la nostra sorella. Brividi di commozione scivolano, come benefiche scariche elettriche, nella schiena di quanti vanno aspettando da anni la soluzione della vicenda. Facile intuire la soddisfazione delle sue consorelle sparse in tutto il mondo, ma specialmente di quelle che vivono ancora nel monastero che fu il suo paradiso in terra. Ottimo balsamo al-le amarezze (troppe!) che vanno trangugiando nel vedere il loro nido destinato, inspiegabilmente, allo smantellamento e alla cancellazione della sua storia, proprio ora che essa si arricchisce della figura simpatica e luminosa di questa umile religiosa messa sul candelabro!

Una certezza però rimane ferma e ci conforta: la vita claustrale non è un carcere ma un laboratorio dove Dio continua a forgiare santi, doni preziosi di cui il mondo ne avrà sempre una salutare nostalgia.

Pasquale Giamberardini

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