miracoli

Il perdono che cambia il mondo

Ogni gesto può distruggere, ogni scelta può ricostruire

Pubblichiamo, su gentile concessione di Avvenire, alcuni stralci della bellissima lettera scritta da Davide Simone Cavallo, lo studente dell’università Bocconi di Milano rapinato, aggredito brutalmente e accoltellato lo scorso ottobre da una babygang composta da 5 giovanissimi, tra cui 3 minorenni, e depositata tra gli atti dell’inchiesta.

A volte sento ancora la coltellata. All’inizio il dolore era indistinto, poi è rimasta quella fitta dietro il fianco sinistro, ogni volta che penso a quel ragazzo steso a terra. Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Eppure sono ancora qui.

Ho 22 anni, amo recitare, scrivere poesie, correre, saltare, ballare, scoprire il mondo. Sono nato a Milano ma cresciuto davanti al mare siciliano. Ho una famiglia che mi ama e amici che mi sanno vedere. Per questo mi sembra giusto raccontare come sono arrivato in quella stanza grigia, con un tubo in gola e qualcuno che mi diceva: “Davide, stai immobile. Sei in ospedale. Sei stato accoltellato”.

Non sentivo le gambe. Dicevano che sarebbe passato, ma i giorni scorrevano e nulla cambiava. In terapia intensiva vivevo senza tempo, senza sole, senza ricordi. Piangevo senza potermi fermare. Avevo paura di tutto: mi muoverò ancora? Camminerò? Cosa mi sta succedendo?

Da sei mesi le mie giornate iniziano con tubi, pillole e medicazioni, e finiscono con punture e contrazioni involontarie. Tutto per mano di cinque ragazzi arrabbiati col mondo. Quando ho saputo la loro età, il cuore mi si è fatto pesante: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera. Sono troppo giovani per non vivere la vita. E, nonostante tutto, lo ero anch’io.

La verità è che quella sera io avrei teso loro la mano. Avrei chiesto come andava, cosa facevano. Non mi sembravano cattivi: solo ragazzi. E invece eccomi qui a combattere per il mio futuro, a recuperare ciò che posso, a lavorare, motivarmi, pazientare. Ogni passo che ho riconquistato lo devo a Dio, ai medici, alle persone che mi amano e anche a me stesso.

Un gesto mi sta costando anni di dolore e una forza che non pensavo di avere. Ma provo a capire. Conosco la rabbia di quell’età, la frustrazione di sentirsi fuori posto nel mondo. Non odio. Forse dovrei, ma non ci riesco. L’odio non costruisce. Credo che una parte di me abbia già perdonato, perché immagino quanto stiano soffrendo anche loro. È facile perdersi. Se riesci a metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse puoi anche perdonare. Io, dentro di me, li abbraccio.

Non saprò mai come sarebbe stata la mia vita senza quell’aggressione. Il ragazzo che correva e ballava ora vive soprattutto nella mia memoria. Questo è il mio corpo adesso. Non l’ho scelto, ma ci convivo. Nessuno merita ciò che ho vissuto. Io quella sera volevo solo tornare a casa e dormire. Invece oggi cerco di dare un senso a ciò che un senso non ce l’ha, e di ricostruire il mondo che mi è rimasto: fragile, ma prezioso.

Ai ragazzi che mi hanno fatto del male auguro questo: fate qualcosa di buono di questo tempo. Abbiate pietà di voi stessi. Non lasciatevi definire da ciò che è accaduto. Non siete perduti. Potete ancora fare cose belle. Credeteci. Io ci credo con voi.

Ringrazio il cielo, la mia famiglia, gli amici, i medici, i fisioterapisti, gli infermieri, gli operatori, gli autisti, chi ha pulito la mia stanza, chi mi ha sfamato. Ricordo tutti i vostri nomi.

Mi chiamo Davide Simone Cavallo. Sei mesi fa sono stato accoltellato e ho quasi perso me stesso e l’uso delle gambe. Sono un ragazzo come tanti, solo un po’ ferito. Non mi sono arreso. E oggi sono qui.