La facciata dell’antica Basilica

La facciata della Basilica vanta per autore l’architetto fermano Giuseppe Rossi, il quale della sua concezione geniale trascelse interprete ed esecutore Vincenzo Alessiani da Monterubbiano, dall’intuito pronto ed esatto, dallo slancio sempre giovenilmente fervido.

Nella facciata, armonica nella sua policromia leggera, tenue, sullo stondo arborato delle colline, concretizzato dall’arte in bellezza eterna si ammira commossi il poema austero e glorioso della passione e della purificazione assurgente immacolata al Cielo.

Sull’alta scalinata saldo, imponente il colonnato in granito rosso di Baveno, dal soffitto a cassettoni leggeri finemente lavorati: è questa la base, su cui poggia il poema solenne, base che è ancora materia, per quanto illeggiadrita da simpatico accordo di linee accortamente tracciate, da sfondi, rilievi, effetti raggiunti con squisita sensibilità di artista in combinazioni ardue ed ardite, punto comuni.

Ma il poema vive e si drammatizza in forme estremamente toccanti nella parte superiore della facciata. Il primo accenno ad esso invero si coglie, si avverte sotto il pronao, sulla porta maggiore della Basilica, decorata (è questa una decorazione o non piuttosto un suggello di sacrifizi e di pene?) dell’emblema nero dei Passionisti, sopra il quale si allineeranno gai e variopinti in mosaico i nomi, gli stemmi degli umani, degli oblatori devoti di questa terra. Altri due stemmi, a segnare quasi il trapasso dalla terra al Regno dei Cieli, saranno issati lateralmente alla facciata, lo stemma pontificio e lo stemma basilicale del Santuario: quindi il poema tremendo della passione e della purificazione dell’umanità dolorante, alla quale concesso assurgere alla luce serena e alla pace gaudiosa del Cielo.

Infatti, all’altezza della loggetta aerea centrale, sorretta e conchiusa da colonnine di marmo rosso di Francia, in un candore opaco qual di carne esangue, che singolarmente spicca sposato al biancore pallido, proprio della materia, del travertino, in un candore niveo adunque tendente all’azzurro, pervase quasi da fremiti di lotta interiore non esausta, si ergono suggestive le statue dei Passionisti, che precipuamente accolsero in sé tutto il desiderio spasmodico della sofferenza madre di purezza e porta di salvezza; S. Paolo della Croce, fondatore dell’Ordine, e, austero al pari di lui, il Beato (oggi Santo) Vincenzo Strambi. Candide adunque, pur con le loro fluorescenze d’azzurro celeste, le figure di S. Paolo e del Beato Strambi, già spogli e immuni da ogni traccia e impurità terrene, già immateriali, già eterei, già di cielo, per quanto sembri sussultino delle ultime vibrazioni della ribelle fralezza corporea, della carne domata dallo spirito gagliardo trionfatore: e sopra di essi, nel timpano, S. Gabriele assurgente, si, alla luce eterna, purissima, del Paradiso, ma ancora ravvolto nel saio bruno, ravvolto nel quale visse sua breve vita dolorando, lui che amò chiamarsi «a Virgine Perdolente». Intorno a lui angioletti festanti nell’ascesa al Cielo, festanti nel dilungarsi da questa terra di colpe e di pene. La sofferenza, il dolore, conduce l’uomo al Cielo!

E che all’umanità sia concesso ascendere al Cielo ci apprendono ancora gli altri due musaici – tutti i mosaici sono del veneziano Angelo Gianese, su cartoni del professor Guido Francisi di Roma – ritraenti la vocazione di S. Gabriele «Ecce ego! Vocasti me!» e il transito di S. Gabriele «Mortis hora suscipe!». Tutto è umano in tali mosaici, tutto è reale, tutto è vivo e moderno, tutto è come noi. Nei quadri di soggetto religioso noi siamo avvezzi a vedere fogge di vestiti e linee ambientali esotiche, e non dei tempi nostri, fogge e linee, che ci portano a luoghi lontani, ad età remote. Nei religiosi mosaici del Gianese invece, dalle luci e dalle tonalità indovinatissime, S. Gabriele giovinetto, le bambine salmodianti in processione, le vecchiette, gli spettatori devoti sono vestiti come i bimbi e le persone d’oggi; la coperta giallognola del giaciglio del morente è ancora la coperta modesta delle case di povera gente d’oggi. Ma portentosa, con effetto pittorico felicissimo, nella camera squallida brilla la luce di Paradiso, onde è circonfusa la Vergine, a riscontro della luce del sole al tramonto, che indora la cattedrale di Spoleto nel quadro della vocazione.

In questo trittico musivo del quasi nostro coetaneo San Gabriele glorificato in parvenze di umanità vivente tra S. Paolo della Croce e il Beato Strambi – le due massime anteriori glorie dell’Ordine Passionista – invece ormai quasi acquisiti, appartenenti al passato nella loro consistenza marmorea, è efficacemente espressa la possibilità di santificarsi, soffrendo, anche nei tempi nostri: S. Gabriele impersona la santità dei nostri tempi. Non per nulla è ancor vivo il fratello di lui, Dottor Michele Possenti.

Più su del Beato Strambi poi, più su di S. Paolo della Croce (tutte le statue in marmo di ottima fattura sono di Ernesto Paleni di Bergamo), accanto a S. Gabriele, alla base del timpano posano in ginocchio due angeli oranti: l’uomo soffrendo e pregando diventa Angelo!

E sui santi e sugli angeli, al vertice del timpano – esemplata sul Murillo – la Vergine Immacolata: l’uomo puro, che bene opera e prega, si fa santo e si fa angelo, emulando, se non raggiungendo, la purità di Colei, che per la sua immacolatezza assurse a Madre stessa di Dio.

Quale ammaestramento morale adunque, insieme al compiacimento estetico dello spirito, scaturisce dalle linee, dai simboli, dalle figurazioni scultorie e pittoriche della facciata della Basilica di S. Gabriele! Colla eccellenza suggestiva dell’arte qui si impara che anche noi possiamo farci santi, che la santità è retaggio per tutte le età umane e per tutte le epoche storiche.

Tale il significato della bell’opera d’arte dedicata a «D.O.M. in hon. Deiparae Imm. et S. Gabrielis a Virg. Perdol.» e oggi inaugurata, – alta 20 metri, – concepita dall’architetto Rossi, e compiuta, sotto la sorveglianza dell’Alessiani, in travertino delle cave Matricardi di Acquasanta, lavorato dalla ditta Alessandro Castellucci di S. Benedetto del Tronto, cui si deve pure il pavimento in marmi policromi disegnato dal Rossi, mentre la ditta Fratelli Donnino forniva il granito rosso di Baveno, ed altra importante ditta le colonnine snelle di rosso di Francia.

Né col Paleni, autore delle statue di oltre 2 m. e del peso di 17 gli ognuna, e col musaicista Gianese, è da tacere di Bernardo Cicconi di Offida, artefice delle sette porte eleganti in noce scolpito.

P. VERRUA, “Facciata antica Basilica”
L’Eco di San Gabriele, numero straordinario 25 agosto 1929, 170-176

 

7 Novembre 2025