Immaginiamo un bambino che osserva una notte stellata. Guidato dagli adulti, egli apprende che alcune stelle sono molto più grandi del Sole, che esse si trovano a distanze enormi, che l’universo ha una storia di miliardi di anni… Tutto questo appartiene alla conoscenza scientifica. Ma può nascere una domanda ulteriore: “Perché esiste l’universo?”. E ancora: “Perché esiste qualcosa anziché il nulla?”. Si tratta di domande che non appartengono più soltanto alla scienza: sono domande metafisiche.
Il pensiero metafisico nasce precisamente quando l’intelligenza non si accontenta del fenomeno ma cerca il fondamento. Per cui parte dalla realtà sensibile, ma la oltrepassa con una domanda successiva. Non è un caso che Aristotele abbia individuato proprio nella “meraviglia” l’origine della filosofia. Per questo fanno paura quei ragazzi disincantati, aridi, che sanno ogni cosa del computer ma ignorano che cosa sia lo stupore. Non sentono l’impulso di fermarsi di fronte a un paesaggio o dinanzi alla bontà scolpita sul volto di una persona anziana. È dunque compito degli educatori fare in modo che il ragazzo, oltre alla “curiosità”, fonte della ricerca scientifica, possieda anche la “meraviglia”, fonte del pensiero “noetico”, che cerca il senso profondo delle cose: cioè letteratura, arte, filosofia, religione.
Oggi abbiamo ragazzi esposti a una quantità sterminata di informazioni. Ma un ragazzo può sapere moltissime cose e non essersi mai posto una domanda radicale sul senso della propria esistenza. Può conoscere il funzionamento dell’universo e non essersi mai chiesto: “Perché c’è un universo?”. Può conoscere il funzionamento del corpo umano e non essersi mai chiesto: “Che cosa rende una vita veramente degna di essere vissuta?”. Può comunicare continuamente attraverso uno smartphone e non avere mai imparato a stare in silenzio davanti al mistero della propria coscienza.
L’esistenza stessa è di per sé un mistero. E questo mistero, osserva il teologo Romano Guardini, consiste nel fatto che “a un certo punto abbiamo cominciato a esistere”. Una frase da brividi, che merita di essere meditata: “Io esisto. E non ho deciso io di esistere”. Da questa semplice constatazione può nascere una delle domande metafisiche più profonde: “Perché io esisto?”.
Per questo motivo la religione conserva una funzione preziosa: essa può diventare “educazione alla profondità”. Ne deriva che il compito dell’educazione religiosa è soprattutto quello di “educare lo sguardo”. Non è vero, infatti, che la religione, offrendo immediatamente una risposta, interrompa il percorso della ricerca. La religione non chiude la domanda aperta dalla ricerca scientifica, ma la conduce al suo compimento. La fede deve insegnare a vedere la realtà nella pluralità dei suoi livelli. Così una persona, nella visione religiosa, oltre che organismo biologico e centro di consapevolezza, è anche un insieme di relazioni, libertà, responsabilità, dignità: un soggetto dal valore eterno.
Torniamo allora al bambino che guarda una notte stellata e domanda: “Ma chi ha fatto tutto questo?”. La risposta educativa più povera sarebbe: “Non fare domande. È così e basta”. Una risposta puramente tecnica potrebbe essere: “Ti spiego come si sono formate le stelle”. Una risposta educativa più ricca diventa invece: “È una domanda bellissima. Cerchiamo insieme”. Perché in quel “cerchiamo insieme” comincia la filosofia. E forse può cominciare anche la fede. La filosofia e la religione possono educare la ragione a non fermarsi alle risposte immediate: possono condurre l’uomo a passare dalla “curiosità” alla “meraviglia”, dal fenomeno al fondamento. Perché un uomo che si meraviglia davanti al mondo, alla vita, davanti al mistero della realtà, non ha ancora smesso di cercare.