Il Getsemani non è semplicemente lo sfondo di una scena biblica: è un luogo reale, un uliveto ai piedi del Monte degli Ulivi, a est di Gerusalemme. Ancora oggi, visitandolo, si respira quel senso sospeso di sacralità e struggimento. Qui, secondo i Vangeli, Gesù si ritira a pregare dopo l’Ultima Cena, consapevole che l’ora è giunta. Il termine “Getsemani” deriva dall’aramaico Gat Šmānê, “torchio dell’olio”: un nome che suona quasi profetico, pensando all’agonia interiore che Cristo vive in quel luogo, come fosse Egli stesso spremuto nell’anima, sotto il peso del dolore che sta per accogliere.
Gesù chiede ai suoi discepoli di vegliare con Lui, ma li trova addormentati. Tre volte. È il primo abbandono, e già anticipa quello più grande che avverrà sulla croce. Teologicamente, questo sonno dei discepoli rappresenta la debolezza dell’umanità incapace di restare sveglia davanti al dolore altrui, una realtà che attraversa i secoli. Gesù, invece, resta lucido, e nel dialogo con il Padre esplicita tutta
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