miracoli

Meglio sbagliare che correggere…

Il Var (uno strumento tecnologico di supporto alla decisione dell’’arbitro in campo mediante l’uso di replay video) in Italia è diventato un paradosso tecnico e culturale. Doveva essere la rivoluzione, e invece è diventato un soprammobile tecnologico, tirato fuori solo quando serve a giustificare decisioni già prese. La nuova moda arbitrale è semplice: non fischiare più niente. Il mantra è “lasciamo correre”, come se il calcio fosse improvvisamente diventato una versione low-cost del rugby. Il contatto fisico è stato trasformato in un dogma. Peccato che nessuno abbia spiegato agli arbitri che il rugby funziona perché ha regole chiare, non perché si picchiano. Con la scusa del “tempo effettivo”, non si fischia più nulla.

Il risultato? Una Serie A schizofrenica. Il VAR osserva, l’arbitro ignora, i tifosi impazziscono. E gli errori tornano a dominare, come se la tecnologia fosse un fastidio da sopportare. L’arbitro è tornato sovrano assoluto, con la sua discrezionalità, le sue interpretazioni creative, le sue giornate storte. E quando sbaglia, il Var non interviene perché “non è chiaro ed evidente”. Chiaro ed evidente è solo il caos. Oggi si tollerano interventi che sei mesi fa erano da cartellino… Serve coerenza: la tecnologia non può essere discrezionale.

Diciamocelo francamente, il calcio italiano ha una capacità unica: prendere un’innovazione e trasformarla in un problema. L’ausilio che doveva ridurre le polemiche, invece le ha moltiplicate. Doveva portare trasparenza, invece ha creato zone d’ombra. Doveva aiutare gli arbitri, invece li ha resi più insicuri. E ora ci ritroviamo con un campionato che non sa cosa vuole essere: vuole più fisicità, ma non vuole diventare rugby; vuole più tempo effettivo, ma non vuole interrompere; vuole meno errori, ma non vuole usare il Var.

Una via di mezzo? Sembra un concetto troppo moderno per noi…

Finché non si deciderà se il Var è uno strumento o un soprammobile, il calcio italiano resterà intrappolato in questa farsa: un gioco che pretende di essere moderno, ma che si comporta come se la tecnologia fosse un nemico da tenere a distanza. Nel frattempo, dunque, meglio sbagliare che correggere…