di William Atkins, Traduzione di Luca Fusari,
Iperborea, pp. 329, euro 19.50
Pochi versi sono rimbalzati tra i secoli senza perdere vigore come quello in cui John Donne, dal cuore della Londra di inizio Seicento, ha gridato all’eternità che Nessun uomo è un’isola. Ogni essere umano è interconnesso al mondo che lo circonda e ai suoi abitanti. È il messaggio che lampeggia tra le pagine del libro di un altro britannico, William Atkins, dove le isole – così come i protagonisti – sono addirittura tre. Tre come i viaggi dell’autore, partito alla scoperta dei luoghi che hanno ospitato l’esilio di una terna di dissidenti politici del XIX secolo. Il primo è in Nuova Caledonia, dove la rivoluzionaria francese Louise Michel viene deportata dopo aver assunto un ruolo di riferimento nella Comune di Parigi. Il secondo porta a Sant’Elena, dove – diversi decenni dopo Napoleone – viene confinato Dinuzulu, successore dell’ultimo re zulu riconosciuto dagli inglesi. L’ultima isola è quella di Sachalin, sede dell’esilio dell’etnografo ucraino Lev Šternberg, condannato dal governo russo a causa della vicinanza a organizzazioni antizariste. Siamo abituati a pensare lo spostamento come il seguito di una volontà individuale, ma il mondo ci ricorda ogni giorno che quello di vivere in un posto sentito come “casa” è un diritto spaventosamente fragile.
Nel libro si intrecciano temi che attraversano la storia e la politica globale trasversalmente, ma che partono tutti inevitabilmente dallo stesso assunto di partenza: non esiste condizione tanto necessaria per vivere quanto la libertà, sia essa quella propria, del prossimo o del prossimo del prossimo. In chiusura del prologo, in quello che assomiglia al sugo della storia, l’autore dice: “I viaggi che descrivo, i loro e i miei, mi hanno ricordato che nessuna vita, nessuna identità, per quanto sembri emarginata dalla storia, fa storia a sé”. Nessun uomo è un’isola, oggi come quattro secoli fa.