L’umanità implora la pace, chiede che la forza del diritto prevalga sulla tirannia della potenza. Papa Leone: “Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra”.
Ci sono momenti nella storia in cui la parola ‘pace’ non è più una semplice aspirazione ideale ma diventa un’esigenza vitale, un’invocazione che sale da ogni angolo della Terra. Viviamo uno di questi momenti, segnati da quella che papa Francesco ha definito “terza guerra mondiale a pezzi”. Molteplici conflitti coinvolgono intere regioni e, indirettamente, tutta l’umanità, ripiombata nella logica della forza anziché in quella del diritto.
È facile iniziare una guerra, ma porvi termine è impresa disperata. Lo vediamo in Ucraina, dove il conflitto si trascina da cinque anni; in Medio Oriente, dove da quattro anni la violenza oppone Israele a Hamas, Hezbollah e altri attori regionali. A ciò si aggiunge l’ingresso degli Stati Uniti in guerra contro l’Iran, con tensioni sulle rotte marittime che introducono nuove incognite negli equilibri internazionali e nei commerci globali.
Mentre i focolai di guerra si moltiplicano, gli strumenti per la pace si rivelano sempre più inefficaci. Le Nazioni Unite sono paralizzate da veti e interessi di parte; la diplomazia, che dovrebbe essere lo strumento principale per evitare i conflitti o conseguire la pace, subisce la stessa sorte. Le tregue si infrangono regolarmente, lasciando spazio a un cinico gusto per la distruzione. Il diritto internazionale è ridotto a un optional. E c’è anche chi – come osserva papa Leone – “calpesta e irride” la pace, vedendo nella guerra solo un affare: governanti senza scrupoli, generali e produttori di armi, incuranti delle sofferenze inflitte.
Da un lato, la gente è stanca e disgustata di vedere vite umane sistematicamente abbattute, fatiche distrutte, dolori e odi senza fine. Dall’altro, cresce il rischio della rassegnazione all’idea che siano le armi e i più forti a decidere i destini dei popoli. In un mondo civile, invece, è la forza del diritto che deve prevalere sulla tirannia della potenza. Una pace costruita sulla sopraffazione non è pace: è solo una pausa tra un conflitto e il successivo. Non si può ignorare l’orribile contabilità: oltre un milione di morti e feriti nella guerra russo-ucraina, oltre settantamila in quella israeliana contro Hamas e associati. E intanto i sopravvissuti affrontano una catastrofe umanitaria senza precedenti.
C’è poi un altro effetto della guerra: la corsa agli armamenti, giustificata con la deterrenza. Ma più armi significano meno risorse per educazione, sanità, welfare e solidarietà internazionale. La crescita della spesa militare, in aumento ovunque, sottrae energie alla costruzione di società più giuste e sicure. Le guerre non distruggono solo vite e comunità: accentuano le disuguaglianze, alimentano insicurezza e povertà.
“Non esistono guerre ‘lontane’ quando è in gioco la dignità umana”, ricorda papa Leone. E allora c’è un compito per ognuno di noi: comincia dal modo in cui guardiamo l’altro, dalle parole che scegliamo, dalla capacità di rifiutare l’odio. Il Papa suggerisce: “Disarma la mano e prima ancora il cuore. Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra”. Forse è proprio da qui che dobbiamo ricominciare: mettere via la spada, prima ancora che dalle mani, dal cuore e dalle parole.
No, non si può rinviare la pace, nemmeno di un giorno.