miracoli

Nella carne

David Szalay, Traduzione di Anna Rusconi,
Adelphi, pp. 330, euro 20,00

“A quindici anni si trasferisce con sua madre in una nuova città e ricomincia in una nuova scuola. Non è un’età facile per cose del genere – l’ordine sociale scolastico è già consolidato e lui ha qualche difficoltà a farsi degli amici”. Già dall’incipit emerge uno dei tratti fondamentali delle continue ascese (e discese) di István: la fame, destinata a restare inappagata, di ritagliarsi un posto in un mondo che scorre sempre un gradino sopra le sue possibilità. Non c’è glorificazione del riscatto sociale, né esaltazione di un’integrazione riuscita; il romanzo vincitore del Booker Prize 2025 costruisce invece un ritratto per sottrazione: nelle parole che l’uomo non dice (la più ricorrente è “okay”), nelle decisioni che non prende, nei vuoti della sua biografia che il narratore affida alla fantasia del lettore.

Il minimalismo esasperato della scrittura, che in alcuni passaggi richiama l’eleganza asciutta di Carver, sembra voler scoraggiare ogni partecipazione emotiva. Eppure, una volta chiuso il libro, resta la sensazione di aver attraversato qualcosa di solido; qualcosa che, come suggerisce il titolo, è materia organica, viva.